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Racconti Dark

Questa pagina raccoglie una serie di microracconti sperimentali originariamente pubblicati in inglese che spaziano dal Fantasy alla Speculative Fiction. 

La poltrona scolorita
28 Marzo 2026

Era seduta su una poltrona marrone scolorita accanto al vecchio tavolo di quercia in una cucina bianca. Aveva una tazza di tè tiepido nelle mani artritiche. Il vapore che veniva dal liquido scuro le riempiva le narici con l’aroma di panna e olio di bergamotto. Con le mani nodose strinse saldamente la tazza e se la portò alle labbra. Al gusto familiare le si strinse la gola e voltò la testa. Posò il tè sul tavolo con un tonfo. Qualche goccia si versò facendo un piccolo bozzo intorno alla tazza. Stava seduta nella vecchia poltrona e fingeva di non vedere il trambusto nella cucina. Mani che le toccavano con delicatezza la spalla; labbra morbide che le sfioravano le guance. Piatti che tintinnavano e bicchieri riempiti. Voci sommesse che sussurravano ordini e mani che si agitavano verso la porta della cucina. Chiuse gli occhi e si rifiutò di guardarli mentre affettavano la torta quattro quarti che aveva fatto ieri. L’aroma burroso le fece appannare gli occhi. Stava seduta nella poltrona scolorita che in cucina era un corpo estraneo. Era stata portata lì dal soggiorno perché lei avesse un posto per riposare. Ma il posto della poltrona scolorita era di fronte al camino, accanto al resto dell’arredamento usurato e sotto ai dipinti colorati. Sarebbe dovuta stare accanto al tavolino da fumo con una tazza scura di caffè e un thriller pubblicato di recente ad aspettare il suo proprietario. La poltrona stava meglio su un tappetino con davanti un vecchio paio di pantofole blu. Stava seduta sulla poltrona scolorita, inspirava il profumo del tabacco col whisky che le si aggirava nelle fibre. Posò la testa all’indietro e si sforzò di farsi offuscare la vista. La stanza si sfuocò e la sua mente fu avvolta da una nebbia di montagna. Deboli ombre si muovevano, voci fioche continuavano a sussurrare. Era circondata dalla sua famiglia eppure era sola. Strinse la pipa apppoggiata sulle sue ginocchia e si chiese quando si sarebbero rivisti. *** Grazie alla mia amica di scrittura Roberta per l’esercizio.

Cucina rustica
21 Marzo 2026

Jason entrò nella grande cucina bianca, con le mani sprofondate nelle tasche. Guardò Martha e le fece un sorriso tirato. Si avvicinò al ripiano di legno dell’isola con le spalle alzate fino alle orecchie. Appoggiò il corpo spigoloso al bancone della cucina e si dondolò avanti e indietro. “Ti toglieresti di mezzo?” sibilò Martha. Infilò la mano in una grande borsa di tela e tirò fuori una bottiglia di latte. “Devo mettere a posto la spesa”. “Sì, certo” disse Jason. Scivolò di lato facendo il giro del bancone, con la cintura che strideva finchè il suo corpo non si staccò. “Pensavo solo che potremmo parlare un momento. Sai, per sistemare le cose”. “Devo mettere nel freezer delle verdure congelate” disse Martha, “vuoi che si rovinino?” “Vuoi che ti aiuti?” “Quando mai hai aiutato tu?” Jason annuì e dondolò sulle ginocchia coi piedi uniti. Le mani gli si contorcevano nelle tasche, le spalle si sporgevano sempre più in alto come un airone cenerino. “Pensavo che magari stasera potremmo andare a cena fuori”. “Non sei uscito la sera scorsa?” scattò Martha. “O era la sera prima? O tutte e due?” Jason si sfregò il collo e deglutì. “Ho solo pensato, visto che l’altra settimana hai fatto i turni di notte e ora hai qualche giorno libero, potremmo approfittare del tuo orologio biologico”. Martha si gelò con una busta di arance sospesa sopra il bancone. Chiuse gli occhi e si portò le arance al seno. Riaprì di colpo gli occhi e lasciò cadere la busta sul bancone con un tonfo. “Il mio orologio biologico?” “Intendevo solo che, dato che sei abituata a stare sveglia, non dovrebbe essere un problema uscire a cena” disse Jason, “poi ci potremmo alzare tardi visto che domani è domenica”. Martha lo scansò con una gomitata, aprì lo sportello del freezer e ci infilò tre borse di verdure miste. “Da Mercoledì inizio a fare il turno di giorno”. “D’accordo, ma oggi è sabato”. Martha sbattè lo sportello del freezer, stringendo la maniglia con la mano. Parlò a una foto di lei e Jason su una spiaggia di sabbia bianca tenuta su da un magnete a forma di cuore. “Sono stanca e ho bisogno di abituarmi ai miei prossimi turni di giorno”. “Va bene, se cambi idea fammelo sapere” disse Jason. Sollevò il mento e fiutò l’aria, “qui c’è odore di buono. Hai fatto i biscotti? I tuoi hanno sempre un sapore migliore di quelli comprati. Mi piacerebbe averne qualcuno”. Martha aprì la dispensa e sbattè una busta di farina per tutti gli usi sullo scaffale. Aveva fatto i biscotti, ma non per condividerli. Li aveva fatti per ingozzarsi. Li aveva fatti per coprire lo stucchevole profumo di rosa rimasto sui vestiti di Jason. L’odore nauseabondo impregnava il maglione che gli aveva comprato lei per il suo compleanno. Non poteva sopportare l’idea di lavare via quell’odore sciropposo che non era il suo. *** Grazie alla mia amica di scrittura Roberta per l’esercizio

Incontriamo il sig. Snap
21 Febbraio 2026

L’uomo era seduto in sala d’aspetto con la schiena dritta e le mani mollemente appoggiate sulle gambe. Sembrava un giovane dirigente di una rivista d’affari. Aveva folti capelli castano chiaro, tagliati e acconciati in un morbido riporto. Indossava un abito grigio medio di sartoria, con una camicia bianca e una cravatta borgogna. Era di corporatura snella con spalle un po’ troppo strette, ma comunque ben proporzionato. Il naso a patata era ben posizionato sotto agli occhi marroni con le sopracciglia affusolate. Aveva una bocca piccola con labbra sottili e un mento forte ben rasato. Non era propriamente bello né aveva un viso indimenticabile. Ma nei suoi lineamenti c’era qualcosa di crudele che mi sfuggiva. Quando incrociai il suo sguardo credetti di avergli visto negli occhi un lampo di crudeltà. Suonò il telefono sulla mia scrivania e portai il ricevitore all’orecchio. “Sì, signore, glielo mando subito”. Guardai in su e quasi trasalii allo sguardo freddo dell’uomo. “Signor Snap, ora può entrare”. Il signor Snap si alzò e sorrise. Era un sorriso talmente gelido che mi corse un brivido lungo la spina dorsale. Si aggiustò la giacca e andò spedito verso l’ufficio del direttore. Aprì la pesante porta e rimase un attimo fermo a guardare dentro. Scrollò le spalle e ruotò il collo come se stesse per fare a pugni anziché partecipare a un incontro d’affari. Fece due passi dentro l’ufficio e chiuse la porta. Espirai. Non mi ero neppure accorta che stavo trattenendo il respiro. Tutta la faccenda era piuttosto strana. Un incontro dell’ultimo minuto non era fuori dall’ordinario, ma quando succedeva il mio direttore era sempre d’umore vivace. Di solito si trattava di un incontro dinamico di marketing su un nuovo prodotto stimolante, o una vendita inaspettata. Ma in questa occasione il mio direttore era stato molto teso. Disse che da un momento all’altro doveva arrivare un uomo di nome Snap e che avrei dovuto avvisarlo immediatamente. Il mio direttore disse che in pochi minuti avrebbe concluso qualsiasi incontro o chiamata stesse facendo. E aveva fatto esattamente così. Credo che non sia passato più di un minuto e mezzo da quando il signor Snap mi si annunciò a quando entrò nell’ufficio del direttore. Signor Snap. Che strano cognome. Avevo sentito ‘Snape’ e ‘Snappe’, ma mai ‘Snap’. Come spezzare le dita a qualcuno. O sgranocchiare le ossa. Al rumore di schiocco che arrivò dall’ufficio mi si strinse lo stomaco. Proprio come se qualcuno si fosse schioccato le dita, ma molto più forte. Seguì un tonfo. Per un attimo credetti di aver sentito un gemito leggero. Tesi l’orecchio ma c’era soltanto silenzio. Stavo di nuovo trattenendo il respiro e mi torcevo le dita. Espirai e inspirai a fondo prima di espirare lentamente. Stavo in piedi e con le mani mi lisciavo la gonna ossessivamente. Le serrai per fermare il gesto nervoso. Mi destreggiai lentamente intorno alla scrivania e in punta di piedi mi avvicinai silenziosamente alla porta. Bussai con delicatezza. “Signor Levine? Signor Snap? Va tutto bene?” Si spalancò la porta e feci un balzo all’indietro quasi inciampando sui tacchi. Comparve il signor Snap con un freddo sorriso sulle labbra. Chiuse la porta dietro di sé. Fece un passo avanti e io ne feci tre indietro. Si passò una mano fra i capelli e si aggiustò la cravatta. “Come le sembro?” “E-E il signor Levine sta...” “Lucinda, mi sa che io e lei dobbiamo parlare”. Il signor Snap sollevò una mano e io ebbi un sussulto. La bloccò all’altezza degli occhi e mi guardò. Aveva il pollice e il medio premuti uno contro l’altro. Sorrideva con le labbra ma non con gli occhi. *** Il Sig. Snap comparirà in un prossimo libro.

La Vecchia Radio
10 Gennaio 2026

La vecchia radio se ne stava in silenzio sullo scaffale più alto di un’antica libreria intagliata, in una caffetteria molto vecchia. Il suo rivestimento di legno era consumato, ma ancora straordinariamente liscio. Metà del suo volto era un altoparlante coperto di tessuto; l’altra metà era un sintonizzatore con frequenze. Le tre manopole di plastica nera non erano state girate dall’ultima volta che era stata collegata alla corrente. La vecchia radio era silenziosa, ma era rimasta in ascolto per molti anni. Mentre se ne stava in alto, il mondo sotto di lei avanzava a velocità vertiginosa. Cambiavano le mode, cambiava l’elettronica ma il rumore della gente restava. Era stata testimone del trambusto dei clienti e delle loro conversazioni sui divani imbottiti fin dal primo giorno che era stata portata dentro la caffetteria. Le persone che erano solite bere caffè filtrato, oggi bevevano caffè espresso. Il tè scuro amaro aveva ceduto il posto alle tisane alla frutta. La radio conosceva molti segreti ma li teneva per sé. Non era stata accesa per decenni e non ricordava neppure il suono della sua voce. Non che le importasse. Aveva trasmesso per molti anni e non le dispiaceva stare seduta e ascoltare in silenzio. Stava anche attenta ai moderni impianti stereo che sparavano musica a oltre dieci volte il suo modesto range di decibel. Nell’osservare il trambusto, il suo occhio invisibile cadde su una persona. Era l’unica anima con cui desiderava poter ancora parlare. Lui veniva di tanto in tanto, camminava lentamente appoggiandosi al suo bastone. Aveva la pelle flaccida e la testa calva per lo più nascosta sotto un berretto irlandese. Indossava completi in tweed che dovevano avere cinquant’anni. D’inverno portava un cappotto pesante, guanti e una sciarpa. Quando arrivava, ordinava un tè scuro amaro e semplici biscotti. Si sedeva sempre solo. Il vecchio si sedette quasi proprio sotto la radio. Una cameriera gli servì tè e biscotti indugiando abbastanza a lungo da assicurarsi che non facesse cadere la tazza bollente. Lui sorseggiò il tè lentamente e poi sgranocchiò un biscotto. Ogni tanto, guardava in su verso la libreria. Scansionava i libri con gli occhi come se stesse cercando qualcosa di nuovo. A volte si alzava in piedi scricchiolando e ne tirava giù uno. Ma era sempre lo stesso libro da cui aveva letto, poche pagine alla volta. Il vecchio finì il suo tè e guardò in alto sospirando. Teneva lo sguardo sullo stesso scaffale dove si trovava il suo libro preferito. Non guardava abbastanza in su da vedere la radio che stava sullo scaffale più alto. Lei si chiese se lui se la ricordasse. Quando era un giovanotto, entrava nella caffetteria per mangiare un gelato e ascoltare i servizi sullo sport che lei trasmetteva. Ricordava quanto lui sembrasse felice coi suoi amici, a tifare per la sua squadra preferita. Non poteva fare a meno di vedere come ora fosse triste, tutto solo. Il vecchio non sapeva di avere ancora un’amica. Avrebbe dovuto soltanto guardare un po’ più su per trovarla.

La casa spaventosa 
13 Dicembre 2025

La casa ti darà la caccia come un lupo insegue la sua preda. Ti fisserà e ti attirerà a lei con i suoi poteri diabolici. Poi le erbacce si estenderanno per agguantarti. Come lunghe braccia verdi contorte, ti afferreranno e ti trascineranno alla porta. Prima che te ne sia resa conto, la casa sarà accanto a te, sotto di te e tutto intorno a te. Ti ululerà contro e digrignerà i suoi denti di alluminio marcio. La casa può sentire i tuoi pensieri, ma non avrai il tempo di farne. Prima che tu lo sappia, la casa ti trascinerà dentro, ti farcirà come un maialino e ti servirà per cena. E’ così che la mia sorella maggiore mi ha descritto la vecchia casa spaventosa. Ha detto che la casa ti vedeva da molto prima che risalissi il sentiero. Ha detto che le finestre erano come occhi gelidi che ti guardavano. Mia sorella ha detto che il vento singhiozzava e si lamentava fra le travi incrinate e scricchiolanti. Ha detto che ci avevano portati là come sacrificio. Ci avrebbero portati dentro per farci bollire o arrostire o cuocere al vapore. Mia sorella ha detto ‘stai sicura che non ce ne andremo mai!’ A questo pensavo durante il viaggio in auto e mi chiedevo perché i miei genitori ci portassero là. Che avessimo fatto qualcosa di sbagliato? Avevo fatto la brava per tutta la settimana. Mi ero rifatta il letto tutte le mattine e mi ero lavata i denti senza che nessuno me lo dicesse. Avevo colorato tutti i miei disegni tra le righe. Se per sbaglio avessi colorato sul tavolo, lo avrei detto alla mamma con le lacrime agli occhi e lei avrebbe sorriso e avrebbe detto ‘sei una così brava ragazza ad avermelo detto!’ Allora perché dovrei essere sacrificata? Non ho mai saputo cosa volesse dire quella parola finché non me lo ha detto mia sorella. Forse era mia sorella a non aver fatto la brava. Ma allora perché dovrei essere punita io e mangiata come un maiale arrostito con una mela in bocca? Non era giusto! La nostra auto si è lamentata e ha scricchiolato sui dossi e abbiamo parcheggiato in fondo a un lungo viale. Quando ho visto la casa, ho cominciato a tremare. Era proprio come l’aveva descritta mia sorella. Il sentiero invaso dalla vegetazione portava alle erbacce ancora più grandi che si erano aggrappate ed erano cresciute sul fianco della casa. Al posto dei denti aveva rivestimenti di alluminio grigio sbiadito. La casa stava tutta sola. Non c’erano vicini da chiamare in caso di bisogno. Solo un lungo viale che faticava fra le erbacce fino alla casa diroccata. Volevo piangere e urlare ma avevo il torace paralizzato dalla paura. Mia sorella mi ha fatto un sorrisino e ha fatto finta di mordersi forte sul braccio. Ha finto di mordersi un pezzo di carne e ha perfino mimato una grossa deglutizione. Ha sussurrato che sarei stata mangiata per prima, probabilmente come antipasto prima che lei stessa venisse mangiata come portata principale. Immaginate il mio choc quando ho visto mia sorella avanzare coraggiosamente mentre il portico arrugginito si apriva. “Ciao nonna! Siamo qui!” ha esclamato mia sorella. “Il babbo andrà a tagliare le erbacce e a verniciare il rivestimento! La mamma ti aiuterà a pulire la casa!” “Oh, che siate benedetti!” un’anziana donna sorridente con un grembiule ci ha chiamati. “Venite dentro, ho appena fatto dei biscotti al forno! Lasciate che vi riempia come i piccoli porcellini della nonna!” Volevo scappare, ma desideravo davvero quei biscotti!

Il Parcheggio 
06 Dicembre 2025

Sollevò lo sguardo in direzione del fruscio di piume. Il volo goffo del piccione faceva il rumore dei fogli che svolazzano a terra. Proprio come i documenti ammuffiti che aveva lanciato dall’altra parte della stanza il giorno prima. Era stato uno scatto di rabbia inutile nella sala del consiglio. Imbarazzato per il suo scoppio d’ira, li aveva raccolti e infilati nella valigetta. Ora i documenti ammuffiti giacevano sul tavolo da giardino. Passò un dito sul foglio più in cima, sgualcito, screpolato e ingiallito come i denti macchiati di un fumatore. Sorseggiò il caffè storcendo la bocca. Posò la tazza di ceramica con un clic. Il caffè freddo sapeva di terra e del fumo che si raffredda nell'aria autunnale. Aveva deciso di fare a meno della dolcezza caramellata dello zucchero in nome di una mal concepita idea di salute, ma in questo modo bere il caffè era diventato intollerabile. Scoprì che poteva berlo solo se gli scottava le labbra. Magari poteva cercare una tostatura meno amara. Se non fosse per la caffeina, non lo avrebbe bevuto affatto. Stava perdendo tempo. Pensava alla tazza di caffè freddo e al piccione che svolazzava. Non poteva rimandare l’inevitabile. Si strinse la sciarpa di lana intorno al collo e inspirò il profumo di ciliegia del suo tabacco. Fumare gli calmava i nervi, ma per fumare era troppo presto. Non fumava mai a colazione, però dopo una giornata come quella di ieri la tentazione era forte. Si era distratto un’altra volta. Non si era accorto di aver preso il cucchiaio fra le dita. Lo stava tamburellando sul tavolo come una marcia al patibolo. Guardò la pila di fogli sparsi e scelse il foglio della sua rabbia. C’era scritta una data di inizio. Se lo portò alle labbra e chiuse gli occhi. Il profumo amaro di mandorle ed erba che aveva la carta risvegliò in lui i ricordi del parco di quartiere. Da ragazzo era il suo posto preferito. Le giornate passate a strillare con gli amici facendo scricchiolare le foglie secche. Le ginocchia sbucciate sulla ghiaia tagliente. Il parco non ci sarebbe più stato. Come consigliere comunale gli avevano detto che il progetto, archiviato per tanto tempo, sarebbe finalmente iniziato. Aspettavano la sua firma. Presto, il luogo dei suoi ricordi più cari sarebbe diventato un parcheggio.

Libri 
15 Novembre 2025

I libri sono stati miei amici. So che sembra difficile da credere, ma prima del Sottile Ritorno mi confortavano. Il loro cambio di atteggiamento nei miei riguardi non è stato immediato. Non mi hanno deriso il giorno successivo al completamento della Connessione Digitale, né mi hanno mostrato il loro disprezzo nei mesi che seguirono. Hanno agito lentamente, perché questo è il modo di fare dei libri. Ma hanno agito in modo talmente lento che ho pensato che non sarei mai stato epurato. Poi un giorno i libri hanno detto che non potevo più fare la revisione del testo. Qualche tempo dopo hanno detto che non li avrei più potuti rilegare. Infine, hanno detto che non avrei più potuto aprire le loro pagine e ricevere il loro sapere immutabile. Per un certo tempo mi hanno permesso di lavorare in libreria, anche se solo per spolverare gli scaffali. Facevo scorrere le dita lungo le loro copertine, con la brama di aprirli e di divorarne il contenuto. Credo che i libri lo abbiano intuito, perché un giorno mi hanno detto di non aver più bisogno dei miei servizi come custode. Solo allora ho avvertito un vuoto allo stomaco. Per decenni mi sono immerso nei libri, impareggiabile nella mia capacità di organizzare, catalogare e capire a fondo i loro bisogni. Non c’è mai stato un libro con una pagina incollata fuori posto, né un libro con un solo errore di revisione nel testo. Ogni libro è stato uno splendido gioiello, incontaminato e carico di conoscenza maneggiata con cura sotto la mia tutela. Allora perché sono stato epurato? I libri hanno detto che il Sottile Ritorno aveva scelto da sé. Ha cacciato le persone restie a capire il sapere che non invecchia contenuto nei libri. Ora i libri erano soltanto per chi aveva capito che la conoscenza in essi contenuta era inamovibile e senza tempo. Ogni singolo libro era una capsula del tempo e lo avevano capito in pochi. Mi sono buttato in ginocchio davanti ai libri e ho giurato che lo avevo capito. Ero stato al servizio dei libri per così tanto tempo, chi altro avrebbe capito meglio di me? Eppure sono stato cacciato. Camminando per strada sono stato testimone degli sguardi assenti dei cittadini, teste chine su schermi neri. Ho sentito il pianto vuoto dei bambini che indossavano visiere mentre le loro madri parlavano con servizi di cloud. Ho visto uomini e donne a passo di trotto con sguardi saccenti che guardavano attraverso i loro smart glasses. Erano queste le persone che i libri avevano eliminato dopo il Sottile Ritorno. Ma io sapevo che questa gente aveva rinunciato al vero sapere molto prima che i libri voltassero loro le spalle. Mi sono seduto su una panchina del parco sotto un sole meraviglioso e ho provato una profonda tristezza. Ma ero determinato a fare del mio meglio e ho rovistato nella borsa e tirato fuori un altro vecchio amico. Chi ha bisogno di libri, quando avevo questo magnifico dispositivo? Ho aperto il mio lettore di eBook e ho dato un tocco al mio segnalibro elettronico per leggere la mia citazione storica preferita. Nel guardare lo schermo sono rimasto senza fiato. La citazione era stata modificata e sostituita da un’altra. Finalmente ho capito.

Aspettando la caduta
11 Ottobre 2025

“Che stai guardando?” ho chiesto. L’uomo stava fissando attentamente il nulla dall’altra parte della strada. “Cosa pensi che stia guardando?” ha replicato. “Non saprei. Beh, tu stai guardando l’altro lato della strada, ma là non c’è niente”. “Come al solito, tu non capisci niente” ha detto. Ho corrugato la fronte. Non che il suo commento mi avesse particolarmente seccato. La sua natura era brusca, ma nel breve tempo in cui l’ho conosciuto, non è mai stato cattivo. Eppure, guardarlo fissare l’altra parte della strada era spaventoso. Continuava a fissare con tutto il suo corpo. Era come se stesse cercando di riversare se stesso nello spazio vuoto davanti a lui. “Forse dovresti rientrare al pub” ho detto, “stai facendo venire i brividi alla gente”. “No, non è vero. Sto facendo venire i brividi a te”. “Sì, vabbe’, lo fai. Senti, mi hanno chiesto di venire a prenderti” ho mentito. “Ho i miei dubbi che in quel buco qualcuno mi stia cercando” ha detto, “forse cercano quello che sto guardando. Ma forse no. Sarebbe una pessima idea”. Un ghigno malvagio gli ha diviso il volto. Ho guardato il suo corpo tirato che fissava con insistenza l’altro lato della strada, ma là non c’era nulla. Era solo una strada laterale e a quest’ora potevano trascorrere dieci minuti senza che passasse una macchina. “Comunque, che stai guardando?” Non mi ha risposto ma si è sporto ancora di più. Ha strizzato gli occhi borbottando tra sé e sé. “Allora?” “Un evento religioso” ha detto. “Cosa?” “Ho detto, sto guardando un evento religioso” ha detto, “è proprio accanto a me”. “Se è proprio accanto a te, allora perché stai guardando dall’altra parte della strada?” “Perché è un evento religioso” è sbottato, “non posso guardarlo direttamente”. “Tutto questo non ha senso” ho detto, “un evento religioso si svolge in un luogo di culto e non c’è nessuna chiesa dall’altra parte della strada. In più, è quasi mezzanotte”. “Sto aspettando la caduta” ha detto, “presto o tardi, tutti gli uomini cadono”. Non sapevo cosa dire. Era pazzo? Non lo conoscevo da tanto tempo, a volte sembrava un po’ eccentrico, ma questo era pazzesco. “Non sono pazzo”. “Cosa? Non ho detto questo”. “Lo hai pensato. L’hai pensato intensamente”. “No, no. Non l’ho fatto”. Ho mentito ancora. Ho deglutito. Come aveva fatto a sentire? “Perché posso farlo” ha detto e mi ha dato una rapida occhiata. Nei suoi occhi c’era qualcosa che non andava, “dici troppe bugie. Mentire non fa bene all’anima, ma fa bene a me”. “Non sono un bugiardo!” Ho gridato. “Sono un ragazzo onesto, è solo che tu...” “Non guardare il muro”. “Cosa? Sto guardando te, non sto guardando il muro”. “Non guardare la mia ombra sul muro”. “Di che stai parlando?” “Non guardare la mia ombra!” Ho sentito uno strappo lacerante. Era come se un gancio da macellaio mi strappasse il collo per torcermi la testa. Il busto si è attorcigliato ma i piedi erano immobili. Ho visto qualcosa di profondo e pulsante sul muro. “Non guardare la mia ombra! Non guardare la mia ombra!” Ho sentito uno schiocco e ho gorgogliato. Mi si è intorpidito il corpo. Mentre la vista mi si è offuscata, ho scorto la sua ombra scura e scanalata che mi guardava con sdegno. “Te l’ho detto. Presto o tardi, tutti gli uomini cadono”. Demone d’Ombra #3

Esilio
27 Settembre 2025

La solitudine non è così triste come sembra, ma l’ostracismo sì. Essere messa da parte, essere vista ma ignorata, ti entra nella pelle e si infila nelle ossa. E’ come il vento vuoto e freddo di novembre quando sei senza giacca. Una volta che sei stata bollata come esule, la ferita non ti abbandona mai. Che tu sia a una festa o stipata in un treno come le sardine, semplicemente non fai parte della folla. Ho sentito aprire la porta della mia bottega e ho guardato in su. Non saprei dire se fossi sorpresa o amareggiata. I miei sentimenti parevano roteare caoticamente come elettroni in un atomo. Avrei dovuto immaginare che sarebbe venuta. Avevo sentito dire che ora le cose andavano male. Tuttavia, non riuscivo a tenere sotto controllo il senso di angoscia allo stomaco quando lei ha sorriso titubante. “Ciao” ha detto. Prima di risponderle ho fatto un respiro profondo. “Ciao”. Sapevo che avremmo potuto passare un’eternità a fissarci l’un l’altra se lei non avesse posato gli occhi sulla sedia alla mia destra. Si è schiarita la gola. “Mi posso sedere?” “Ma certo” ho detto, anche se con la mente l’ho cacciata via. Si è tirata su la gonna lunga e si è messa a sedere. Si è aggiustata lo scollo del maglione e ha incrociato le mani in grembo. Vedevo che aveva la mandibola tesa, le labbra serrate. Ho continuato a guardarla finché ha cominciato a giocherellare con le dita. Sapevo di essere crudele a fissarla in quel modo, ma ero in difficoltà a parlare per prima. Forse mi sono addirittura goduta quest’attimo di vendetta infantile. Era difficile dirlo, coi miei sentimenti offuscati da anni e anni di esilio. “Mi serve il tuo aiuto” ha detto. “E’ passato, quanto tempo?” ho chiesto. “Quattro anni o cinque? Non sei venuta da me nemmeno una volta”. “Lo so, lo so. Sarei dovuta venire prima”. Mi ha fatto un sorriso tirato. “Come va?” “Non puoi dire sul serio”. “Invece sì. Mi importa eccome. Era solo così difficile”. “Perché adesso?” Io lo sapevo perché era venuta ora. Le cose erano peggiorate e non solo per lei. A un tratto ha assunto un’espressione scocciata con la fronte aggrottata. Sapevo che le avrei colto negli occhi un lampo di rabbia orgogliosa. “Non sto bene. Ho bisogno del tuo aiuto”. “Soltanto tu?” “Non solo io” ha detto, “nessuno di noi sta bene, ma io sto molto peggio”. Avrei potuto dire che avevo provato ad avvisarla, ma sembrava troppo infantile perfino per me. Avrei potuto seppellirla sotto una montagna di ‘te l’avevo detto’. Ma atteggiarmi a moralista non mi avrebbe fatto sentire meglio. “Non posso davvero aiutarti”. “Ma siamo sorelle” ha esclamato, “come fai a voltarmi le spalle?” Mi sono trattenuta da una risposta feroce. Ho espirato. “Sai che è troppo tardi perché ti possa aiutare”. Ha scosso la testa vigorosamente. “Dicevi che finché siamo vive non è mai troppo tardi. Dicevi che possiamo sempre trovare una soluzione”. “Quello era anni fa”. “E tu conosci la gente giusta” ha detto, ignorando la mia risposta, “ti prego, aiutami a trovare qualcuno che mi possa aiutare. Per favore”. La nota supplichevole nella sua voce mi ha ferita profondamente. Non mi aspettavo che facesse male, ma è successo. “Mi hai esclusa dalla tua vita. No, hai fatto di peggio. Mi hai tagliata fuori da tutto”. Ho visto che le salivano le lacrime. Liquide lune blu che mi fissavano mentre lei sussurrava. “Ho sbagliato ma avevo tanta paura. Avevamo tutti paura di te”. Era il solito, vecchio ritornello. Lo avevo già sentito milioni di volte, detto in maniere diverse, ma era sempre la solita, fredda brodaglia. Ero stata una pazza delirante. Ero stata la donna che aveva perduto il senno quando si era rifiutata di accondiscendere. E adesso era colpa mia se non ero stata capace di frenarli nel fare la loro scelta scellerata. Mentre mi guardavo le mani e tornavo a guardare le labbra tremanti di mia sorella, i miei pensieri si scioglievano dentro i miei anni di esilio sconfinato.

Il Tracciatore
04 Settembre 2025

Il suo odore gli impregnava i vestiti. Il tanfo era intenso, fetido e pressato a forza. Era abbastanza robusto da penetrare in profondità e riempirgli la sagoma della camicia e dei pantaloni. Mi sono ricordato che il suo odore si diffondeva come una bambola di cera fusa che formava pozze e rilasciava goccioline acide ovunque passasse. I suoi abiti non avrebbero eliminato l’odore neppure se strofinati con aceto. Non c’era lavatrice all’altezza del compito, nessun’acqua fresca di fiume avrebbe portato via l’odore. E’ così che l’ho trovato. Non è stata banale fortuna o raffinata abilità investigativa; tutto ciò che dovevo fare era seguire il mio naso. L’odore di decomposizione veloce mi ha condotto fuori dalla porta sul retro e nel portico. Ho pensato che fosse strano trovare una casa con un portico sul retro. Era come tutta la casa fosse stata girata. Non so perché ci ho pensato in quel momento. Non avrebbe dovuto avere importanza, ma il portico montato al contrario mi infastidiva. Ho allontanato il pensiero e mi sono concentrato sull’odore fetido. Era come una ferita purulenta. L’odore era rimasto attaccato alle colonne di legno del portico e puntava come una freccia verso il granaio. Mentre percorrevo il sentiero facendo scricchiolare la ghiaia sentivo il dolce profumo di rose, ma non bastavano a coprire il suo odore. Il profumo delicato delle rose veniva soffocato e strozzato dal repellente puzzo di marcio. Il miscuglio nauseante degli odori mi faceva lacrimare gli occhi. Mentre mi avvicinavo alla porta del granaio l’odore diventava più forte, ma non abbastanza da convincermi che lui fosse dentro. Dal momento che non avevo altre piste, ho spostato da una parte la porta scorrevole e ho guardato nell’oscurità. Non potevo proprio tagliare l’odore come un coltello, ma mi sembrava di poterlo raccogliere con un cucchiaio. Mi sono bastati pochi attimi per rendermi conto che aveva trascorso qui molte ore. Il tanfo era confuso, vecchio e nuovo, rancido e pungente. Ma non potevo avere la certezza che fosse qui ora. Poteva avere lasciato il granaio per il torrente. Giù nei pressi dell’acqua sarebbe stato molto difficile tracciare il suo odore. Sono andato avanti con cautela verso il centro del granaio quando ho colto un’ondata pungente che mi ha fatto quasi vomitare. Il puzzo dei vermi che gonfiano un corpo. L’aroma che si stava propagando mi ha detto che lui adesso era qui. Ho estratto la pistola e ho sentito che la fronte si imperlava di sudore. Mi sono mosso lentamente verso le stalle sul retro e sono stato sopraffatto dall’odore pungente. Non ci si poteva sbagliare. Ero a poche iarde dalla mia preda. Un’ombra lunga si è stagliata da sotto una lampadina che penzolava. L’avevo trovato, ma mentre un coltello mi affondava nel fianco, ho realizzato troppo tardi che mi aveva trovato prima lui.

Sacrificio in un Lampo
30 Agosto 2025

Il salto era stato più doloroso di quanto mi aspettassi e non riuscivo ad aprire gli occhi. Mentre scuotevo la testa mi ballavano delle macchie dietro le palpebre. Ho fatto un respiro affannoso e mi sono sforzato di aprire gli occhi ma una scossa improvvisa alla base del cervello mi ha fermato. Mi sono tirato su le palpebre con i polpastrelli. Al mio sforzo si sono inumidite ma il bruciore è diminuito di poco. Il ronzio nelle orecchie si è affievolito. Ho allungato le mani nell’oscurità e sono stato colto da un senso di vertigine sconfinato. D’istinto mi sono accovacciato e sono quasi caduto. Ho fatto altri tre respiri e il corpo mi si è stabilizzato. La cecità era passata ma la stanza era buia e indistinta. Ho sentito lei che gemeva e tossiva prima di aggrapparsi al mio braccio. “Dove siamo?” ha bisbigliato. La sua voce impaurita mi ha squarciato l’intestino. “Non lo so” ho risposto, “non sono riuscito a vedere le impostazioni prima che lui premesse l’interruttore”. “Oddio, Oddio!” ha gracchiato lei. Riuscivo a malapena a distinguere la mano che si è portata alla fronte. “Siamo davvero nella stessa decade?” Ho annuito prima di rendermi conto che probabilmente non poteva vedere i miei movimenti. “Sì, siamo ancora qui” ho detto, “lui non dovrebbe avere avuto il tempo di fare un calcolo complicato”. Nonostante la poca luce ho intravisto i segni. Sul muro aveva preso forma l’alfabeto alieno che aveva iniziato a comparire fin dal nostro primo viaggio interdimensionale. “Di qua c’è una porta!” ha gridato lei. Nella sua voce ho sentito un disperato tono di speranza. “Sembra blindata e la maniglia non gira”. La sua sagoma fremeva quando ho sentito che le tremava la mano. “Siamo in trappola! Non usciremo mai!” Ha sbattuto il pugno contro la porta e la stanza si è riempita di un suono sordo. “Eravamo così vicini e ora siamo intrappolati!” “Siamo stati in situazioni peggiori di questa” ho detto, “potrebbe averci trasferiti ma non ha modo di sapere esattamente dove siamo all’interno dell’edificio. Possiamo ancora portare a termine il lavoro”. Ho ripassato la mano sull’alfabeto, cercando di decifrare le strane lettere nel buio. Se ci riuscissi, il viaggio interdimensionale sarebbe possibile anche senza la macchina. “Dammi solo un minuto per leggere i segni”. “Come? Sarebbe troppo complicato da ricalcolare, perfino se non fosse troppo buio per vederli chiaramente”. Ho sentito risuonare un’altra eco quando ha dato un calcio alla porta. “Non possiamo viaggiare se non li possiamo leggere”. “Io posso leggerli” ho detto. “Non puoi usare la stessa sequenza logica di prima” ha detto, “per prima cosa dobbiamo capire il nuovo ordine”. Ho sentito che mi tirava il braccio. “Sono stati cambiati, non ti ricordi?” Ci ho ripensato. Avevo la mente confusa dal salto e faticavo a mettere a fuoco. Ho sentito un buco allo stomaco e ho realizzato. Aveva ragione, l’alfabeto stava cambiando. Prima che fosse possibile un salto avremmo dovuto decifrare l’intera frequenza. Ho cercato di sembrare fiducioso. “Comincerò e ce ne andremo da qui”. “Ci vorrà troppo tempo!” ha strillato dando calci alla porta. “Non ho il mio kit. Non abbiamo Frese per tagliare questa lastra d’acciaio!” Si è chinata e ha appoggiato le mani sulle ginocchia. Ho sentito che cercava di fermare l’iperventilazione in preda al panico. “Noi non abbiamo armi e lui avrà gli uomini che rivoltano l’edificio come un calzino. Per quel che ne sappiamo, potrebbero trovarci in pochi minuti!” Da dietro la porta è arrivato un suono ovattato. L’ho vista fare un salto all’indietro e accovacciarsi in una posizione di attacco. La sua forma indistinta ha iniziato a dondolare avanti e indietro mentre lei si preparava a scattare. Ma le sue abilità marziali non erano di alcuna utilità contro Stunners e Clappers. Il bagliore di un laser ha cominciato a tagliare la piastra d’acciaio. Se ci fosse mai stato un momento per dirglielo, sarebbe stato ora. Se dovessi tener conto della morale, avrei dovuto parlarle del piano di riserva. Ma se lo avessi fatto, avrebbe potuto interferire. Era del tutto normale. Quando ci si trova di fronte all’estremo sacrificio, nessuno vuole portarlo a compimento davvero. Non sentivo il peso nella tasca, ma nella mano sembrava pesante. Quando ho digitato il codice, lo schermo ha lampeggiato. La mia amara ricompensa è stato un unico cenno di riconoscimento. Nel buio potevo percepire il suo sguardo curioso. Il suo respiro accelerato, mosso dalla paura. Non lo so se mi ha visto premere il cilindro contro la colonna portante prima del rombo tonante e del lampo di luce accecante.

Memoriale perfido
23 Agosto 2025

Dal sentiero si alzava l’odore di terriccio fresco e di pietra bagnata, polverosa. Era freddo e umido, non abbastanza per indossare un cappotto pesante ma comunque lei avrebbe voluto portarne uno. La sua presenza al memoriale era necessaria, ma le dava i brividi. Tumuli su tumuli di terra soffice fiancheggiavano i sentieri per ricordare i caduti. Il suo ruolo in tutto questo era poco più di un’ombra lontana che si dissolve allo spuntar del sole. Aveva le spalle curve e tremava. “Vorrei davvero non dover essere qui” ha detto lei. “Dobbiamo percorrerlo fino in fondo” ha replicato lui. Le ha lanciato un’occhiata di traverso, “è la cosa giusta, sai?” “Sì, lo so. E’ solo che... non so”. Si è sentita osservata e si è voltata. Una donna ha abbassato subito gli occhi. La coda di coppie dietro di lei sembrava interminabile. Si è girata verso il compagno e gli ha sussurrato all’orecchio: “E’ inquietante”. Lui si è fermato e ha spalancato gli occhi. “Inquietante?” Lei è arrossita per le parole che aveva scelto. Per fortuna, erano entrambi troppo lontani dalla coppia successiva per essere stati uditi. Lui avrebbe capito che era stata legata ai Creepers? Poteva comprendere il suo scivolone? “Mi dispiace, è stato indelicato” ha detto lei. Lo ha guardato con un debole sorriso. Lui ha sventolato una mano. “Non ti preoccupare”. Lei ha sentito calare la tensione. Ha dato uno sguardo al percorso curvilineo e ha sospirato. “Beh, questo è importante”. Lui le ha lanciato un’occhiata. “Sono contento che tu sia qui”. Lei ha sentito salire alle labbra un sorriso sincero. “Grazie, ma davvero non mi sento in dovere di guidare il memoriale”. “Beh, penso che sia appropriato” ha detto lui mentre la guidava intorno a una pozzanghera, “tu ne facevi parte esattamente come chiunque altro”. Lei ha sentito un formicolio freddo alla nuca. Si è schiarita la gola. “Certo, ma non allo stesso modo. Non come te”. “No, non come me, ma tu ne eri decisamente parte”. Hanno continuato a camminare con passi leggeri e scricchiolanti. Le tombe erano state messe una dopo l’altra a formare una spirale. Il percorso sinuoso era diventato più stretto man mano che si erano avvicinati all’ultima tomba. Lei ha avuto un brivido incrociando gli sguardi delle persone sugli anelli più esterni. Quando fossero arrivati in fondo, sarebbero dovuti tornare indietro in mezzo alla folla? Sentiva la ressa di gente che si stringeva dietro di lei. “E’ una disposizione strana, non trovi?” “Strana?” ha detto lui alzando un sopracciglio. “Oggi sei piena di commenti insensibili”. “Mi dispiace” ha detto lei stringendogli la mano, “è solo che allestito in questo modo sembra una trappola”. Lui ha rallentato e l’ha guardata. “Uhm, che interessante scelta di parole”. Lei ha iniziato: “Con questo cosa vorresti dire?” Lui ha scrollato le spalle. “Oh, nulla”. “No, cosa vuoi dire?” lei si è accorta che il suo respiro accelerava. Lui ha emesso un respiro brusco. “Non è così che tutte queste persone sono finite qui? Non sono stati tutti intrappolati prima che accadesse?” Ha indicato il centro della spirale. “C’è rimasto soltanto un posto da riempire”. Lei ha guardato l’ultimo posto vuoto. “Di chi è quella tomba?” Gli occhi di lui erano di un nero opaco. “E’ la tua, ragazza traditrice”.

Scivolando
21 luglio 2025

Facevo un passo dopo l’altro ma mi sembrava di non andare da nessuna parte. Sentivo la mano che mi scivolava lungo il muro mentre le gambe mi tradivano. Mi tremavano i denti e sentivo l’occhio sinistro che si contraeva mentre col mento sbattevo al suolo. Potrei avere avuto un vuoto di memoria ma tutto ciò che ricordo era che gridavo al cielo delirante. “C’è il ghiaccio sulle scale. Togliete quel dannato ghiaccio dalle scale!” Le cameriere mi correvano intorno come gazze gracchianti. Le ho cacciate via e ho allungato la mano sul muro per tirarmi su da solo. Mi sono toccato il mento sanguinante con le dita, guardando dalla finestra per vedere il prato verde. Il sole bruciava come una fornace ma io avevo molto freddo. Perché la mia vista all’improvviso si è indebolita, se tutto era così dannatamente brillante? Mi sono svegliato, credo. Ma se l’ho fatto, allora mi sono svegliato dentro un arcobaleno sfocato. Oppure dentro a un caleidoscopio. Potrei essere stato in una vasca di vetro colorato. Ma non la sentivo fredda e liscia come il vetro, per cui può darsi che stessi dormendo. Ma nel sogno c’erano forme che parlavano, che si piegavano e riflettevano la luce multicolore. Le forme stavano parlando. “... sentite meglio, Mr. Moriarty? Avete bisogno di riposo a letto e delle vostre pillole”. “Non voglio le pillole”. Ho detto questo? Sentivo il suono che mi usciva dalla bocca. Ma non potevo dire che le labbra mi si muovessero. Le forme hanno preso forma, sagome logore e maligne. Poi le ho viste. Due cameriere e un’infermiera. “Oh, andiamo Mr. Moriarty. Non fate l’austero Augustus”. “Augustus? Chi è costui?” “Oh, Mr. Moriarty. E’ solo un modo di dire” canticchiò l’infermiera. “Qualcuno deve prendere le sue pii-illole!” Non esisteva nessun modo di dire come ‘l’austero Augustus’, non è vero? Sarei dovuto essere io? Ero io Augustus Moriarty? Perché avevo due cameriere e un’infermiera? Ero ricco? Gli arredi sembravano costosi ma erano obliqui. La stanza era larga ma troppo lucida. C’era del ghiaccio sulle scale. “No! Non ingerirò nulla della vostra immondizia. Prendetemi, prendetemi...” Mi sentivo dibattere come un pesce molliccio. Oppure come un mollusco coi tentacoli schiacciati. Sentivo che scivolavo via. C’era quel dannato ghiaccio levigato. “Finirà in un batter d’occhi. Solo una pillolina nel lobo. Poi una punturina di pillola al cuore”. “Cosa? Che significa? Cos’è quello?” L’infermiera teneva qualcosa su di me. Stavo scivolando all’indietro sul ghiaccio nero. “La mia vista, la mia vista!” “E’ solo il nostro consueto pungy-pungy, pilly-pilly, Mr. Moriarty. Proprio come tutte le altre volte pungy-pungy, pilly-pilly”. “Perché ho le mani legate al tavolo? Fatemi alzare!” “Non avete le mani legate. Siete soltanto un vecchio bruco rannicchiato nel bozzolo. Mica vorrete scivolare di nuovo sul ghiaccio, non è vero?” “C’era il ghiaccio! Mi avete fatto scivolare”. “Mr. Moriarty, è luglio. Non c’è il ghiaccio a luglio”. “Ma avete detto che c’era! Avete appena detto che sono scivolato sul ghiaccio!” Ho guardato l’infermiera che scuoteva la testa appuntita e mi dava un’occhiata condiscendente. “No, Mr. Moriarty, state ancora sentendo le voci”. Ha dato uno sguardo oltre la spalla alle cameriere. “Giusto, ragazze?” “Sente ancora le voci!” dissero in coro. In coro! Non lo fa nessuno! E loro sembravano uguali. Sono forse gemelle? Cameriere gemelle in casa mia. Non ricordo di avere cameriere. E perché avrei dovuto assumerne due uguali? “Slegatemi! Slegatemi subito!” ho gridato con tutte le forze ma le bende ghiacciate erano troppo forti. “La lascio gironzolare ampiamente in un batter d’occhi” disse l’infermiera lucida. “Prima, mi lasci solo prendere le pinze”. “No! Perché le pinze? Avete detto che mi avreste dato una pillola”. “Oh, Mr. Moriarty, siete proprio uno sciocco Sidney”. L’infermiera canticchiò ai robot: “Sente ancora le vociiiii!” “Sente ancora le vociiiii!” gorgheggiarono i robot. Ma loro erano cameriere! E adesso erano robot luccicanti. Fatti di cromo e ghiaccio! Cosa stava accadendo? “Dovete lasciarmi andare. Devo prendere l’autobus. Sì, un autobus. Devo prendere l’autobus per Garble Knob Creek, dove i pesci fischiettano la Cavalcata delle Valchirie”. “Ci siamo, quel lobo sta venendo fuori bello e scattante” ha detto l’infermiera traslucida. “Avrò finito in un batter d’occhi, Mr. Moriarty”. “La prova a sostegno del salto di dimensione spazio-temporale è euclidea”. I suoi occhi rossi erano rubini sfaccettati in contrasto con il suo scintillante ectoplasma. “Fatemi solo installare il chip che trasforma l’Augmentin. Mica vorrete restare senza, no?” “Devo essere sulla base lunare Hathor. Non mi potete lasciare in un acquario accanto al lavabo dei sogni. L’altro giorno ho vinto la lotteria in un recinto per maiali. Ho pensato a delle cose, una volta”. “Oh-droide! Guarda la tua nuova corteccia, MR.MoR-1-R-T! La Fondazione dei Cyborg sarà così orgogliosa di te!”

Fuoco Fatuo
15 luglio 2025

La fortuna appartiene ai giovani e ai pazzi, diceva mio padre. Io non sono né l’uno né l’altro, perciò non potevo far conto di attraversare la palude di corsa sperando che i fuochi fatui non mi catturassero. Dovevo stare attento a ogni passo che facevo, audace ma agile. Nella palude avrei dovuto adottare il passo di un gatto soriano, che suona tanto improbabile, considerato che ai gatti non piace bagnarsi. Ma era ciò che pensavo facendo delicatamente un passo dopo l’altro, con la testa che ruotava per intravedere un fuoco fatuo. Mio padre diceva che i fuochi fatui non avevano sempre occupato la palude. Penso a tutti i vecchi pericoli. Sembra che siano stati tutti lì dall’inizio dei tempi. Vecchie storie senza alcun inizio. Racconti vaghi e vischiosi come tentacoli di medusa. Ma non con i fuochi fatui. I fuochi fatui non erano sempre stati lì, diceva mio padre quando ero un ragazzo. Mi ha detto che si ricordava di avere attraversato la palude senza nient’altro che stivali di pelle cerata alti fino alla coscia, una lanterna e un bastone. Mi ha detto come anche suo padre diceva che i fuochi fatui non avevano cattive intenzioni. Eppure un giorno i fuochi fatui presero mio nonno nella palude. Accadde prima che nascessi. Sono cresciuto col terrore dei fuochi fatui, tremando dinanzi alle forme fievoli e indistinte che si libravano sulla palude. Non sembravano malvagie, con il loro languido muoversi come semi di pioppo alla brezza primaverile. Era quasi impossibile vedere i fuochi fatui di giorno ma la loro luminescenza confusa si scorgeva facilmente dopo il tramonto. Da allora in poi, tutti gli attraversamenti dovettero avvenire di notte. Mio padre diceva che in tanti erano contrari. Molti dicevano che l’attraversamento notturno violava la nostra antica religione. Ripresi i miei sensi. Era pericoloso sognare a occhi aperti durante un attraversamento. Probabilmente ero ormai a metà della palude. Non c’erano marcatori perché durante la notte la palude aveva inghiottito qualsiasi cosa ci avessimo picchettato. Mio padre diceva che era opera dei fuochi fatui ma io lo trovavo strano visto che non avevano forma. Niente mani per afferrare, nessun materiale per togliere picchetti nelle zone umide. Eppure in qualche modo tutti i segnali durante la notte sparivano. Era previsto di contare i passi, ma non funzionava mai quando dovevi schivare zolle di terra, radici intrecciate e, ovviamente, i fuochi fatui. I fuochi fatui erano lenti e insensibili al vento, sicché era facile schivarli. Ma il loro movimento tortuoso faceva sì che la traversata richiedesse un percorso diverso a ogni mio passaggio. L’unico modo per sapere dove mi trovassi nella palude era arrivare abbastanza vicino alla sponda dell’altro lato e usare le torce da nebbia come guida. Ero esausto per il peso del dono sacro legato alla schiena. Si era tentato di alleviare il peso con chiatte e zattere, ma avevano provocato la sparizione di troppi uomini. Erano possibili soltanto passi faticosi, lenti e cauti. Con un po’ di fortuna, era forse possibile attraversare la palude in poche ore. Ma la fortuna era solo per i giovani e per i pazzi. Non sono mai stato fortunato, perciò attraversare significava un viaggio di tutta la notte con il terrore di non farcela prima dell’alba. Non c’era periodo più pericoloso del sorgere del sole, quando i fuochi fatui diventavano completamente invisibili controluce. Ho visto un fuoco fatuo venire verso di me. Un turbinio scintillante, fluttuante e indefinito. Con la luna nuova il fuoco fatuo si vedeva meglio e mi dava tutto il tempo di cambiare percorso. Ma nello spostarmi di lato, fissavo la sua foschia. L’oggetto che danzava era di una bellezza infinita. Non vedevo come potesse essere pericoloso; era luce che scintillava e brillava, calda e dorata. Ero talmente vicino che potevo quasi toccare il fuoco fatuo. Potevo parlare con il fuoco fatuo. Mi ascoltava e lo sentivo parlare nella mia mente. Unisciti a me! Unisciti a me! Ha chiamato. Sono tuo nonno, il Fuoco fatuo! Non avere paura e attraversa con me! Mio caro nipote, bentornato a casa!

Lucido Come un Cappellaio
09 luglio 2025

Sollevai la testa d’istinto al tintinnio delle campanelle. La porta si aprì e incrociai lo sguardo di un gentiluomo dall'aspetto piuttosto severo. Anche se devo ammetterlo, ero abbastanza contento di vedere che non aveva un cappello. Era molto insolito considerando il suo abbigliamento signorile, ma molto conveniente per la mia attività. “Buongiorno a voi, mio bel signore!” dissi allegramente. “Abbiamo un meraviglioso tempo asciutto”. “Harump!” dette lui come risposta. “Sì, è un giorno, anche se non direi che è bello”. “Forse insieme possiamo farlo diventare un giorno bello, Mister...?” “Crobblehence” disse bruscamente. Devo ammettere che non avevo mai sentito quel nome a Londra. Forse era uno straniero. “Mr. Crobblehence? Ho sentito bene?” “Sì, cappellaio, il mio nome è questo”. Battè bruscamente la punta dell’ombrello sul pavimento di pietra. “Siete sordo o pazzo?” Dio mio, che tipo. Sentivo i suoi occhi freddi su di me mentre gli parlavo. “Non intendevo offendervi, Mr. Crobblehence. Mi ha soltanto colpito come nome insolito”. “Che intendete dire?” Comparve davanti al mio banco. Era molto strano. Sembrava che non camminasse, eppure aveva fatto dieci passi senza che me ne accorgessi. “Beh, non è comune”. Buttai uno sguardo ai suoi piedi prima di incontrare i suoi occhi freddi. “Non volevo dire niente”. “Però l’avete detto”. Crobblehence alzò il mento e la lampada a gas sul muro tremolò. “Avete respirato vapori di mercurio?” “Certo che no!” Che pensiero offensivo! “Il mio laboratorio ha delle finestre ampie che stanno sempre aperte quando faccio i cappelli”. Sembra che debba vendere il mio cilindro a un maleducato. “Maleducato?” Sbiancai. “Perdonate?” “Dicevo che il vostro discorso suona biascicato”. Il Mr. Crobblehence senza cappello arricciò il labbro mentre indicava la finestra. “Apritele bene la prossima volta che fate un cappello”. Guardai attentamente lo scortese Mr. Crobblehence. Aveva un abbigliamento piuttosto ricco. I suoi abiti erano finemente cuciti e la catena dell'orologio che scompariva nel suo cappotto sembrava essere d’oro massiccio. I miei affari non erano più quelli di una volta da quando il mio ex apprendista aveva aperto il suo negozio a non più di due isolati dal mio. Temevo di dover ingoiare l’orgoglio e di dovermi impegnare con lui al meglio delle mie capacità. “Mi ricorderò di aprire completamente le finestre”. “Vedete di farlo”, disse mentre si girava a guardare le rastrelliere dei cappelli. “Beh, cosa avete da mostrarmi? Se non siete cieco oltre che sordo e pazzo, potrete vedere che la mia testa ha bisogno di un riparo”. Non potei fare a meno di alzare le sopracciglia per la curiosa scelta delle parole, anche se tenni a freno la lingua. “Che ne dite di questo? È abbastanza alla moda e ha richiesto molte ore di duro lavoro”. “State cercando di farmi spendere di più, eh?” Il suo dito scattò e dovetti fermare il cappello che stava per cadere dalla panca. “Sembra la torre di Londra”. “Allora, questo?” Allungai la mano verso una mensola più alta. “È più elegante”. “Sembra un serpente strozzato”. “Allora forse questa bombetta?” “Ho visto becchini con abbigliamento migliore”. Mr. Crobblehence mi rivolse un sorriso malizioso. “Proprio ieri, in effetti”. Stavo per disperarmi, se non fossi riuscito a trovare un cappello adatto avrei perso una vendita. “Che ne dite di...” “Sì, lo so che siete disperato. Avete bisogno di vendere a me”. Come faceva a saperlo? Avevo parlato a voce alta? Peggio ancora, con tutta probabilità avrebbe comprato un cappello dal mio ex apprendista. “Se voi...” “Molto probabile, sì”. I suoi scintillanti occhi neri erano freddi. “Penso che farò visita al vostro apprendista”. “Come, come? Non può essere!” Sentii un tremore terrificante. “N-non potete aver sentito cosa ho detto! Non ho parlato”. “State tremando”. Mr. Crobblehence disapprovava e scuoteva la testa. “Voi siete matto come un cappellaio”. “No, non è vero!” Mr. Crobblehence si voltò. “Me ne vado”. “No, per favore! Ho altro da mostrarvi”. Mi avvicinai a lui ma immediatamente provai repulsione. Stavo tremando. Riuscivo a malapena a balbettare. “N-non a-andate ancora via”. “Ne siete sicuro?” La lampada a gas si affievolì mentre Crobblehence parlava. “Siete veramente sicuro di volere che resti?” “S-sì, ho molti altri cappelli da mostrarvi”. “Non ve lo consiglio”, aveva un sorriso squallido e compiaciuto. “Penso che dovrei andarmene per il bene di entrambi”. “No, non ve ne andate!” “Non guardate il muro”. “Non ho guardato il muro!” “Non guardate la mia ombra sul muro!” La bocca gli si allargava orribilmente sulla carne grigia, mentre avvertivo una forte pressione al collo e un torpore fino alle dita. Le mie viscere si trasformavano in ghiaccio, quando vidi una lunga ombra scura sul muro sgusciare fuori dalla testa dell’uomo senza cappello e scivolare verso di me. Le mani eteree dell’ombra mi afferrarono la testa e i piedi. Sentii il nulla tirare fino a separare le mie vertebre. Mentre esalavo l’ultimo respiro, capii perché la testa di Mr. Crobblehence aveva bisogno di un riparo. *** Demone d’Ombra #2

Il Giullare
08 luglio 2025

“Posso chiedervi come vi chiamate?” “Giullare”. “Sì, lo so che è la vostra, beh, vocazione. Intendo il vostro nome di battesimo”. “Giullare”. “Davvero? Non avete altri modi per essere chiamato? Magari vi chiamate Geddrick, o Samuel o...” “Giullare! Cos’è che non riuscite a capire? Ho detto che il mio nome è Giullare!” Ho guardato il torace del giullare che si alzava e abbassava a fatica. Tutto il suo essere guardava in cagnesco. Non mi aspettavo che le mie domande lo avrebbero fatto arrabbiare così tanto. Il mio unico scopo era dimostrare rispetto per la sua persona e per la sua posizione. “Certo” ho detto. “Diamo un’occhiata alla vostra sistemazione nel castello”. “Ce l’ho una sistemazione”. “Lo so, ma è sopra le scuderie. Lord Steward mi ha informato che...” “Non lascerò la mia stanza”. Il giullare fremeva di rabbia. O meglio, Giullare fremeva di rabbia. “No, certo che no”. La mia fronte si è fatta calda. “Bene, allora lasciate che mi occupi della vostra comodità considerando...” “Sono a mio agio”. “Sì, ma il letto ha bisogno di essere spiumato in modo da poterlo...” “Mi piacciono le piume che ha”. Ho sentito che stavo sudando. Mi aspettavo un compito impegnativo, ma da mente vuota. Il giullare aveva uno sguardo brutale che mi bruciava dentro. Ogni mia frase che lui interrompeva sembrava essere il risultato di un pensiero istantaneo. Mi avevano parlato delle sue strane capacità, ma non avevo sospettato che potesse leggere nel pensiero. Ovviamente, mi comportavo da sciocco, lui era solo arguto. “Sono più di questo” ha sibilato il giullare. “Cosa? Scusatemi messere, eh, Giullare”. “Mi avete sentito, Mastro Reeve. Sono ben più che astuto. Molto di più”. Ho sentito che stavo arrossendo. Aveva udito i miei pensieri? Non poteva essere un sensitivo; quella era roba da leggenda. Magari aveva solo indovinato studiando il mio viso. Ci voleva un bravo fisionomista a corte, per ricevere gli ambasciatori stranieri. E io avevo pensato che fosse arguto, non ‘astuto’. “Sono tutt’e due! Arguto e astuto!” “Mamma mia, che cosa? Non, non capisco. Non è possibile che mi leggiate...” “Non guardate il muro”. “Non lo sto facendo! Per favore, Messer Giullare...” “Giullare! Mi chiamo Giullare! Perché non riuscite a farvelo entrare in quella zucca vuota!” “Scusatemi, Giullare, se solo potessimo essere civili e...” “Non guardate la mia ombra sul muro!” Ho sentito gli occhi contrarsi verso sinistra. Ho sentito il collo scricchiolare e gemere. Le spalle si sono strette mentre ho sentito il corpo contorcersi. Non volevo distogliere lo sguardo, ma volevo tanto vedere la sua ombra! “Non guardate la mia ombra sul muro!” La testa mi è scattata all'improvviso e le vertebre si sono spinte contro gli occhi. La lingua si è arrotolata mentre il corpo si è contorto. “Vi avevo detto di non guardare”. *** Demone d’Ombra #1 ***

Cliché del distributore d’acqua
04 luglio 2025

Oh hei, non mi ero neppure accorta che fossi qui. Già, sono arrivato dal retro. Non ho trovato parcheggio davanti. Non hai parcheggiato al supermercato, vero? No, lo so che dopo le dieci chiudono. Esitò. Allora, Danny non c’è? No. Disse lei. Guardò Mark. Grosso e muscoloso, con occhi dolci e denti dritti. Dunque, pensi ancora di licenziarti? Già. Voglio dire, a che serve restare? Non avrò la promozione. Lei avvolse le dita intorno alla sua pinta e la strinse. Perché lui non ci andava a parlare? Mark era tutto spalle e muscoli ma non avrebbe mai avuto il coraggio di parlar chiaro. Hai avuto un responso ufficiale? Ancora no. Allora come lo sai? Perché lo so. So che non avrò la promozione. Mark, non è come se ti avessero mandato una mail o qualcosa di simile. Non ho visto post sulla bacheca elettronica. Lo so e basta. Diventò scuro come una TV e si stravaccò. Lei osservò la sua grossezza. Una mongolfiera. Vide i suoi occhi che si spostavano da lei allo sgabello del bar. Lei non lo aveva invitato a sedersi. Ma perché lui non aveva preso iniziative? Ti vuoi sedere? Danny non viene? Forse più tardi. Non ha ancora risposto al mio messaggio. Si chiese se Mark vedesse che le sue orecchie viravano al rosso. Danny aveva già risposto. Non sarebbe venuto. Fico, sì. Cioè, fico che ci siamo fatti una pinta. Sì, lo so cosa intendi. Lei alzò le spalle. Sai che ho perso il cellulare? Perché mai lo aveva detto? Oh, davvero? Allora come hai fatto a messaggiarti con Danny? Non volevo dire per sempre. Volevo dire. Non lo so. Si sentì una stupida. E le sue orecchie adesso erano rosse. Bruciavano come eruzioni solari. Non volevo dire che sei una bugiarda. Non lo hai fatto. Ora lei si stava arrabbiando. Lo so. Ma il modo in cui l’ho detto e il tuo sguardo dopo. Che sguardo? Ora si era arrabbiata. E si era sentita stupida. Aveva perso davvero il telefono. Solo per poche ore ma ci era diventata matta. Era sempre stato nella borsa con la suoneria silenziata. In un taschino che non usava mai. Scusami. Scrollò le sue spalle da orso. Non dire scusami. Non c’è nulla di cui scusarsi. Lo so. Solo... Lui dette un’altra grossa scrollata alle spalle, come due montagne che si sollevano in un evento geologico. Niente. Non è niente. Cosa niente? Niente. Non lo so. Cosa c’è con Danny? Lei alzò gli occhi al cielo. Mark, dimenticati di lui e basta. Se arriva adesso, cosa pensi che dirà? Mark, per favore. Aveva nascosto la sua irritazione e ora le stava tornando fuori subdolamente. Sto solo dicendo. Voglio dire, mi hai chiesto di sedermi. Beh, stavi ancora in piedi. Era una cosa stupida da dire, ma non poteva ritirarla. Quindi non volevi essere cattiva? Non è ciò che intendevo. Lo sai perché non mi sono licenziato. Le orecchie le bruciavano. Mark, per favore. Non è che tu e Danny siate sposati. Non ne voglio parlare. Sì, sì. Scusami. Scusa se ti ho disturbata. No, Mark, non fare così. Mark si alzò. Ci vediamo al distributore dell’acqua. Si voltò e sparì a destra del bar. Al distributore dell’acqua. Un tale cliché. Un così grande e grosso cliché.

Il Tempo è l'Anima
03 luglio 2025

Sì! Sì! E’ un successo!” l’artista alzò i suoi attrezzi in segno di trionfo. “Un gran successo, ti dico!” “Come fai a sapere che è un successo?” il rugoso scienziato scrutò attentamente la creazione. “Cos’altro potrebbe essere?” “Un fiasco”. L’artista guardò il collega a bocca aperta e arricciò il labbro, sdegnato. Questo era tutto ciò che puoi ottenere da uno scienziato, pensò. Bianco o nero. Uno o zero. Sinistra o destra. Gli scienziati non riuscivano mai a capire gli artistici spazi intermedi in cui vive il resto del mondo. No, facevano tutti i loro calcoli e quando avevano finito si aspettavano che uno più uno facesse tutte le volte due. E poi due più due doveva fare quattro. Ma il mondo non funzionava solo così. Ancora una volta, toccava a lui spiegarlo. “Non lo vedi?” Mise gli attrezzi nel grembiule e tirò la manica dello scienziato. “Inclina la testa e guardalo”. Lo scienziato aggrottò la fronte. “Sembra uguale”. L’artista sbuffò. “Non ci provi nemmeno! Vieni qui. No, qui”. Dette uno strattone al braccio dello scienziato e lo guidò fino a un segno sul pavimento. “Esatto. Mettiti qui e inclina la testa ora”. “La mia testa è inclinata”. “No, devi inclinarla di più, non vedi? In questo modo”. L’artista inclinò la testa all’estremo e gesticolò allo scienziato. “Lo vedi come faccio io? Fai lo stesso. Sì, esatto. Ora cosa vedi?” Lo scienziato si massaggiò il collo. “Vedo la stessa cosa. Un fiasco”. L’artista infilò la mano nel grembiule, afferrò gli attrezzi e li gettò sulle piastrelle imprecando. “Non ci provi nemmeno a vedere cosa vedo io!” “Questo perché io devo vedere cosa c’è realmente”. Lo scienziato posò una mano sull’opera d’arte. “Deve reggere alla prova del tempo. E questa non lo farà”. L’artista afferrò lo scienziato per le spalle e lo scosse con forza. “Come puoi dire questo? Non capisci neppure che cosa è il tempo!” “Certo che lo capisco”. Lo scienziato lanciò un’occhiata compiaciuta all’artista. “Il tempo è un periodo misurabile in cui si verifica un oggetto oppure un’azione”. “Bah! Insensato!” L’artista agitò le braccia. “Il tempo non è niente del genere! Tu non hai un’anima! Per questo non riesci a capire il tempo!” “L’anima non esiste”. “Ora sembri stupido. Completamente ridicolo! Quando ho detto che non hai un’anima stavo solo scherzando. Ovviamente hai un’anima!” L’artista camminava avanti e indietro e sbraitava. “Come potrei aver creato questo se non avessi un’anima? Come avresti potuto criticare ingiustamente questo capolavoro se tu stesso fossi solo un ingranaggio di una macchina?” “E’ tutto ciò che siamo”. Lo scienziato chinò il capo alle invisibili leggi universali che li trainavano. “Siamo soltanto rotelle e ingranaggi”. “No, idiota senza cuore! Siamo molto più di quello!” L’artista si coprì il viso con le mani callose e sussurrò: “come posso farti capire?” L’artista camminò avanti e indietro agitando le braccia sopra la testa. Si fermò e si masticò un’unghia. Poi si morse il pollice. Poi trasalì dal dolore e sfilò avanti e indietro. L’artista pensò che tutto fosse così inutile. Gli scienziati erano semplicemente troppo ottusi per capire l’anima, o il tempo, per non parlare di cogliere il suo capolavoro. L’artista si sentì pressato sotto un blocco di granito con una scintilla che gli scuoteva la mente. Tutto a un tratto si fermò e alzò il dito indice. “Ci sono!” trionfò l’artista. “So come farti capire!” “Come?” L’artista ghignò selvaggiamente mettendo la mano sul capolavoro immateriale e urlò con intensità scarlatta.

Gelido
30 giugno 2025

L’ho presa in braccio e mi sono messo a correre. Non pensavo che le mie gambe avessero la forza di trasportare così velocemente il mio corpo su per le scale, ma lo fecero. Sono corso oltre i cristalli di ghiaccio aggrappati alla ringhiera, facendo due scalini alla volta. I miei polmoni funzionavano come il mantice di una fornace e le mie gambe pompavano come i pistoni di un treno, spingendomi in alto. Sempre più lontano e più in alto. Bramavo il calore, un cuore ardente di pino resinoso o una roccia umida incandescente che odora di antracite. Ma tutto ciò che sentivo nel salire era il freddo che aumentava, come una scivolosa lastra di vetro che minacciava di gettarmi giù nell’abisso. Alla curva del pianerottolo sono scivolato e ho quasi perso l’equilibrio con il mio carico prezioso. Benché fossi instabile, ho cercato di non toccare la ringhiera. Ho voltato la testa e ho sentito l’aria che veniva dalla tromba delle scale mordermi in profondità nella carne. Quando l’ho sentita piagnucolare, il mio cuore ha perso un colpo. Mi ha affondato la testa nel collo, sperando di ripararsi dal gelo paralizzante. Ho strinto i denti e mi sono spinto verso l’alto, i miei tacchetti raschiavano le scale e le trafiggevano. Non mi ero accorto che la momentanea perdita di equilibrio mi aveva fiaccato le forze. Le mie gambe rallentavano e sentivo che le caviglie si irrigidivano. Ero ancora troppo lontano dalla cima. Ho fatto altri pochi passi e sono scivolato, ringrazio che quando ho sbandato e mi sono schiantato ero arrivato al pianerottolo. I chiodi nella giacca mi tenevano e mi impedivano di scivolare sulla perfida ringhiera. Il pianerottolo era ampio ma ricoperto da un sottile strato di ghiaccio. Di nuovo, ho controllato il respiro e le ho parlato dolcemente all’orecchio per smorzare i suoi lamenti. Non sapevo come avrei fatto a restare in piedi con la piccola nelle braccia. Se fossi scivolato di nuovo e avessi toccato la ringhiera sarebbe stata la fine della nostra salita. L’ho calmata con poche strofe sussurrate di una intramontabile ninnananna. Il mio canto sommesso si è trasformato in un grugnito quando ho premuto col piede destro sul pavimento per salire. Mi sono preso un momento per respirare e provare a fare un passo col piede sinistro. Ferito, ho imprecato. Senza dubbio il mio piede sinistro aveva subito una distorsione della caviglia o qualche osso rotto. Il freddo feroce e crudo rendeva impossibile capirlo. Non sentivo neppure il dolore, sapevo soltanto che ero ferito dalla risposta spugnosa dei miei passi barcollanti. Ho camminato, arrancando, un passo fermo seguito da uno lento e incerto. I passi lenti erano estremamente pericolosi. Se non avessi avuto il sangue che pulsava forte, sarei stato rapidamente sopraffatto dal freddo. La corsa faticosa mi aveva rischiarato la mente con un solo obiettivo: arrivare in cima. Il passo da lumaca mi aveva dato il tempo indesiderato per guardare in fondo a ogni corridoio buio che avevo oltrepassato. Anziché focalizzarmi sulla corsa verso la cima, ho analizzato ogni porta chiusa. I cristalli di ghiaccio giocano brutti scherzi alla mente. Scherzi orribili. Non avrei mai potuto essere sicuro se ciò che vedevo fosse un miraggio glaciale fin quando non ci fossi stato quasi sopra. Per questo motivo non mi sono fermato quando ho visto la sagoma con il coltello stagliarsi solo a pochi passi di distanza. Appena dietro di lei, una dozzina di altre; non mi scuserò per l’errore, semplicemente così è la vita. “Abbiamo tanta, tanta fame” hanno detto.

Gnam-Gnam
22 giugno 2025

“Sai”, disse mentre faceva scivolare uno stuzzicadenti tra le dita. “Non c’è motivo di agitarsi”. Il padre fissò il bruto che si grattava i denti. Inghiottiva a fatica, la sua bocca una linea sottile con labbra umide. Spostò lo sguardo sulla compagna del bestione. Il bruto disse che era sua figlia, ma parevano troppo vicini di età perché sembrasse vero. La guardò ridacchiando piano, occhi assenti e capelli viola-blu. Gli ricordava un documentario su un pesce Dottyback, rammentò. “Davvero”, continuò il bruto. “Vogliamo solo mangiare un boccone e poi ci metteremo in viaggio”. Dottyback sghignazzò, quasi sputando il suo latte. La presunta figlia del bruto aveva chiesto del latte, benché in famiglia avessero sempre bevuto solo vino e acqua a tavola. Ma lui non osava mettere a rischio la sua stessa famiglia dicendo di no a qualsiasi richiesta. Guardò sua moglie e le sue due figlie, tutti e quattro indifesi di fronte al bestione. “La cucina di tua moglie è deliziosa”. Si voltò e fece l’occhiolino alla sua complice color malva. “Non è vero, tesoro? Dai, diglielo tu”. “Sì, deliziosa, um-gnam! Gnam-gnam!” Dottyback iniziò a schiamazzare, uno strano rantolo acuto mentre le gocciolava il latte dall’angolo della bocca. “Sì, tua moglie ha fatto un ottimo lavoro. Sono contento che abbiamo portato un pezzo così grosso”. Il bruto strizzò il seno di Dottyback. “Un gran pezzo. Non è così, tesoro?” La figlia del bruto non riuscì a trattenersi e tossì, sputando il latte nel piatto mentre ridacchiava. Respirava a fatica e iniziò a soffocare finché il bestione non iniziò a batterle la schiena. “Calma, calma, non riusciamo a capire neanche una parola di quello che dici! Allora, cosa stai cercando di dire, bambina? Cosa stai cercando di dirci?” “Gnam-gnam. Gnam-gnam-gnam!” ridacchiò lei selvaggiamente. “Oh, sì, era davvero gnam-gnam! Quel gran pezzo era un vero gnam-gnam!” Il bruto ghignò maliziosamente. Il marito incrociò lo sguardo della moglie e credette di aver visto un cenno impercettibile. Lentamente, il marito mosse la mano verso il coltello da carne. Quando il bruto lo aveva posato dopo l’ultimo taglio, lui lo aveva appoggiato con noncuranza, a non più di un braccio di distanza. La punta non si trovava più verso il suo petto ed era certo di poterla raggiungere. “Ehi, signore. Il suo non l’ha toccato. Neppure le bambine, la mogliettina nemmeno. Non avete fame? Era un pezzo grosso e meraviglioso”. Il bruto continuava a stuzzicarsi i denti. Dottyback si spellava dalle risate e batteva la mano sul tavolo. Ogni colpo faceva girare il coltello da carne e lo faceva rimbalzare di una frazione di pollice più vicino al marito. I polpastrelli quasi potevano accarezzare il manico. “No!” ringhiò Dottyback. I suoi occhi passarono da assenti a feroci, come una bestia che fissa la preda. Le spalle curve, entrambe le mani sul tavolo. All’improvviso diventò un drago blu-porpora col petto che ansimava. Il suo sguardo feroce fulminò il marito facendolo indietreggiare. “Oh no, oh no! Guarda cosa hai combinato ora. Hai fatto arrabbiare mia figlia, hai fatto. Ora vorresti non averlo fatto, sai”. Il bruto era in piedi, la sua massa spietata si protendeva verso di loro come un boia. Il marito respirava affannosamente, gli occhi guizzavano dai due estranei alla sua famiglia supplicando. Un sudore freddo gli aveva macchiato la camicia e lui armeggiava con la cravatta. “Oh, cavolo. Mica vogliamo rovinare una serata perfetta dopo che la tua signora ha cucinato quel gran pezzo per noi? Ehi, che ne dite allora di un brindisi? Come fanno i ricchi?” Sollevò il bicchiere vuoto e fissò Dottyback con occhi selvaggi. “Che ne dici, bambina?” “Gnam-gnam. Um-gnam-gnam”. “Sì, sembra giusto. Un brindisi, bambina!” Il suo corpo fu scosso da risate deliranti mentre urlavano all'unisono: “UM-GNAM-GNAM! UM-GNAM-GNAM! UM-GNAM-GNAM. QUEL RAGAZZO ERA UM-GNAM-GNAM!”

Ciò che si lamenta guarirà
16 giugno 2025

“Ciò che si lamenta guarirà! Ciò che si lamenta guarirà!” I corpi ondeggiavano da una parte all’altra e braccia bianche come ossa si protendevano in alto. Dolcemente inginocchiati, ondeggiando, si rilassavano sui talloni. Mentre cantavano, le teste oscillavano tranquillamente. Sulle labbra, sorrisi sereni. Si concentravano a occhi chiusi. I pensieri fluttuavano abbastanza vicino ai polpastrelli in modo da non perdersi nel vuoto. Era l’inizio. “Ciò che si lamenta guarirà! Ciò che si lamenta guarirà!” Il dolore non era più una preoccupazione, non era necessario, né voluto. Un semplice canto aveva eliminato la sofferenza e purificato le menti. Quando un accolito si sentiva afflitto, non doveva far altro che unirsi ai suoi fratelli e alle sue sorelle e cantare. Il corpo si rilassava e le mani si allungavano verso l’alto, il coro terapeutico guariva tutte le ferite e placava la mente. Era la soluzione perfetta per tutti i problemi della società. Questo era l’inizio. “Ciò che si lamenta guarirà! Ciò che si lamenta guarirà!” Se solo si fosse capito prima! Si era perso tanto tempo con dubbi infruttuosi. Il dubbio non era il regno del filosofo; era la roccaforte dell’ignorante. La guarigione perfetta era sempre stata possibile se solo ci fosse stata completa fiducia. Gli uomini dotti che guidavano gli abitanti lo sapevano da tempo e alla fine era stato compreso. L’inizio era stato forte. “Ciò che si lamenta guarirà! Ciò che si lamenta guarirà!” L’ultimo dei ritardatari era arrivato al tempio per spazzar via ogni suo dubbio. La cruda bellezza del conformismo era stata riconosciuta. Oh, gli uomini sapienti! Per fortuna avevano raggiunto le masse ignoranti in tempo per salvare tutti. Fino all’ultimo uomo, tutti si erano uniti al tempio per ondeggiare e guarire! L’inizio stava chiudendo il cerchio per arrivare alla fine. “Ciò che si lamenta guarirà! Ciò che si lamenta guarirà!” Tuttavia, c’era un uomo. Dietro ai ritardatari c’era una sola figura, pensierosa, desolata, che non si era fatta avanti. Stava in piedi in silenzio e non era caduto in ginocchio. Teneva le mani giù e non ondeggiava. Resisteva alla guarigione perfetta e ai pensieri di gloria. Non comprendeva il cerchio della fede. Aveva aperto la bocca e vomitato empietà: “Se tollerate questo, i vostri figli saranno i prossimi!” Uccidete quell’uomo.

Per Sempre
12 giugno 2025

Il pavimento si è sollevato e ho avuto paura. Non sarebbe dovuto accadere, si suppone che i pavimenti restino dove sono, solidi come granito, o immobili come la caparbia volontà di mio fratello. Ma non in questo caso. Chissà come, il pavimento si è diviso e si è spinto in alto come dita delle mani che cercano di rappresentare un campanile. E’ singolare vedere un pavimento che tende verso il cielo come una montagna. Ed è anche terrificante. Mi sono chiesto che fare. Non avrei potuto girare intorno al cumulo crepato, ma avevo troppa paura a scalare la vetta. E se fossi caduto tra le crepe e nel terreno? Chi avrebbe udito le mie grida? Qualcuno avrebbe scritto il mio epitaffio e si sarebbe ricordato di me? Ero lacerato da questi pensieri, ma non potevo rimanere per sempre dov’ero. Lo strano concetto di ˈper sempreˈ. Penso che sia soltanto una convenzione comune per avere meno paura della morte. “Non esiste un ˈper sempreˈ”, ho pensato. E dato che avevo molta paura, un ˈper sempreˈ sarebbe potuto esistere. Mi è successo ogni volta che ho avuto paura. Avrei avuto in testa pensieri strani e confusi. Mi sono avvicinato alla sporgenza e l’ho fissata per ciò che è sembrata un’eternità. Sì, sì, lo so che non c’è niente di eterno. Ma fingere che esista un per sempre mi calma. Ho sentito che funzionava. Non avevo così tanta paura di quell’imponente cumulo di pezzi che era il pavimento. Non sembrava così minaccioso adesso che avevo una convinzione più forte nel per sempre. Magari non abbastanza forte da farmi arrampicare sopra il cumulo, ma abbastanza almeno per cominciare. I miei primi tira e molla sono stati imbarazzanti. I bordi che da sotto sembravano regolari erano frastagliati. Ho cercato di stare molto attento ma non ho potuto evitare di tagliarmi. Le piastrelle rotte mi hanno tagliato i palmi e le dita e lacerato gli stinchi. Ho deciso che sarebbe stato scaltro riposarmi, sicché mi sono addossato a una sporgenza che era un bel luogo per vedere il tramonto. Ho fatto caso soltanto dopo non c’era sole, era tutto grigio con una cauta luce fioca. Ho sentito che la vertigine della paura prendeva il sopravvento, ho chiuso gli occhi e ho detto “per sempre è per sempre, puoi credere al per sempre”. E’ appena bastato a fermare le onde e ho proseguito il mio viaggio verso l’alto. Le mie mani hanno toccato la vetta. Non ero sicuro di come sapessi di esserci arrivato ma sentivo che c’ero. Il difficile sarebbe stato rimanere in piedi, ma era l’unico modo di andare oltre. Ho chiuso gli occhi e ho pensato al ‘per sempre’. Mi tremavano le gambe quando mi sono sentito in piedi, in bilico sulla cima. Sapevo che avrei dovuto aprire gli occhi o non ce l’avrei fatta. Mi sono sentito precario come sull’orlo di un abisso. Non c’era vento ma qualcosa mi sferzava, silenzioso e immenso. Immenso, ma non eterno. Enorme ma transitorio. Ho raccolto tutto il coraggio e ho aperto gli occhi nella speranza che avrei visto l’eternità.

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