Racconti Light
Questa pagina raccoglie una serie di microracconti sperimentali originariamente pubblicati in inglese che spaziano dal Fantasy alla Speculative Fiction.
Gnomi n.5: Pulizie di primavera
18 Aprile 2026
La scopa sfrecciò sul pavimento, facendo vorticare in aria batuffoli di polvere. Le setole tracciarono un arco, spingendo lo sporco in una vecchia paletta. La scopa rallentò per sterzare attorno alle gambe sgangherate della sala da pranzo, poi schizzò via di nuovo, saltando come un ballerino di danza classica al teatro dell’opera. Atterrando con grazia, la scopa spinse lo sporco verso il contenitore di plastica. Lucidando, spazzando, strofinando e raschiando, il dinamico arnese da pulizia pompava come la barra d’accoppiamento di una locomotiva. L’instancabile spazzino fermò la sua arma preferita quando le setole si agitarono sopra la paletta. Edwin appoggiò il mento sulla punta del manico di scopa. “Che senso hanno queste pulizie di primavera quando fra una settimana la casa sarà di nuovo sporca?” Diana smise di spolverare gli scaffali della libreria e alzò la testa. “Non dirai sul serio”. Edwin scrollò le spalle. “Non sto dicendo che non dovremmo spazzare e spolverare, è solo che non vedo il senso di spostare tutti i mobili”. “Il tavolo della sala da pranzo non lo hai spostato di un pollice”. “Beh, le gambe non sono molto stabili” disse Edwin, “sai, dopo che è scomparso il tavolo numero nove la scorsa settimana, non ho avuto le forze per costruirne uno decente. Ancora non riesco a capire cosa stia succedendo ai nostri tavoli. Forse dovremmo chiamare la polizia e denunciare i furti”. Diana si alzò e lanciò un’occhiataccia. “Non chiamerai la polizia per gli gnomi”. “Non possiamo essere davvero sicuri che il tavolo lo abbiano rubato gli gnomi” disse Edwin, “non abbiamo nessuna prova certa”. “Abbiamo prove più che sufficienti!” esclamò Diana, sventolandosi uno straccio sopra la testa. “Abbiamo la registrazione video e le merende che scompaiono. E so cosa stai facendo. Cerchi di cambiare argomento perché hai detto una cosa incredibilmente stupida e non sai come rimangiartela”. Incrociò le braccia. “Vai avanti, finisci la tua teoria sulla logica di non pulire la casa”. Edwin si schiarì la gola. “Voglio dire, qual è il senso di pulire dietro a cose come la cassettiera e la credenza? Non se ne accorgerà mai nessuno”. “Me ne accorgerò io”. “Ma se non ci guardi mai dietro” disse Edwin. “L’ho appena fatto quando ho spostato la cassettiera” disse Diana, “non vivrò nella sporcizia solo perché tu detesti le pulizie di primavera. Tra la cassettiera e il muro c’è pigiato abbastanza sporco da piantarci un’aiuola. A proposito di aiuola, appena hai finito di spazzare il soggiorno, dobbiamo pulire il cortile”. Edwin si lagnò: “andiamo Di, è sabato!” “Là fuori sembra la scena di un film horror di serie B” disse Diana, indicando la finestra. “L’edera sta soffocando i cespugli di rose, sul passo giapponese ci sono più erbacce in crescita che pietre e l’erba in giardino arriva alle ginocchia. Un bimbo piccolo ci si potrebbe perdere e morire di stenti”. “Non si potrebbe chiamare un giardiniere?” “Quindi dovrei buttare via soldi per qualcuno che faccia un pessimo lavoro?” disse Diana. Scosse la testa. “Non esiste. Voglio che il mio cortile sia semplicemente perfetto per i pranzi estivi. I lavori li dirigo io. Ora finisci di spazzare e andiamo là fuori”. Edwin borbottò e si rimise a spazzare. Spinse gli ultimi pezzi di sporco nella paletta e la vuotò nel bidone. Quando Diana indicò la porta sul retro alzò gli occhi al cielo. Si trascinò lentamente con Diana che lo spingeva in avanti. Spalancò la porta e gli calò la mascella. “Diana, che diavolo?” Diana si fece largo a spintoni, fece un salto sopra ai tre gradini e atterrò con un tonfo nel piccolo patio. Si mise una mano sulla bocca mettendosi a girare in cerchio. Il passo giapponese era libero dalle erbacce, le rose germogliavano senza che nessun ramo di edera le avvinghiasse e il prato assomigliava a un tappeto verde. “Eddie! O mio Dio! Gli gnomi ci hanno pulito il cortile!” “Neanche per sogno! Non sono stati gli gnomi. Dev’essere stato il nostro vicino, Mr. Kim. Lo sai che ci sa fare con le piante. Di, dove stai andando?” Diana gli sfrecciò davanti e sugli scalini. “A preparare uno spuntino di ringraziamento per gli gnomi!” La porta in tronco di quercia del laboratorio si aprì con un cigolio. Delle piccole mani si alzarono, appesero a un gancio una falce e presero dal muro un grembiule. Lo gnomo basso e tarchiato si legò il grembiule dietro la schiena e arrancò verso un banco da lavoro basso. Prese un paio di cesoie da giardino e le mise dentro a una morsa di legno. Si stropicciò la barba, si aggiustò il berretto e si rimboccò le maniche. Prese una lima e iniziò i movimenti lenti per affilare le lame. Dette l’ultimo colpo, posò la lima e quando una voce stridula lo prese di sorpresa fece un salto. “Lo devo dire, è stato un gran gesto” gorgheggiò Penkeltod, “credevo che non avresti mai alzato un dito per ricompensare gli umani per tutte quelle merende”. “Penkeltod, mi hai fatto prendere un colpo!” esclamò Temtom, stringendosi il petto. “Non bussi mai?” “Perché dovrei, se la porta è spalancata?” disse Penkeltod, strascicando i piedi sul pavimento sudicio per mettersi di fianco a Temtom. Gli picchiettò sulla spalla. “Che stai facendo?” “Manutenzione” disse Temtom. Mise una goccia d’olio profumato sulle cesoie e strofinò delicatamente con un dito, “dopo tutto il lavoro che ho fatto stamani devo tenere i miei attrezzi in perfetta forma”. Penkeltod avvicinò il suo naso a patata alle cesoie e annusò. “Quell’olio sa troppo di buono per usarlo sugli attrezzi. Dove l’hai preso?” “L’ho trovato nella credenza dove gli umani tengono il miele” disse Temtom, “credo che dovrebbe andar bene per friggere la dozzina di uova che gli ho preso”. *** Gnomi #5
Stelle e sabbia si attaccano all’anima
04 Aprile 2026
Il vento soffiava dall’acqua agitata trasportando l’odore del sale crepitante e di pesce marcio. L’oceano era mosso da onde che ribollivano dopo la tempesta della sera. Lungo la linea dell’alta marea erano ammucchiate alghe morte e pezzetti di legno. Il sole infiammava milioni di granelli di sabbia trasformandoli in bagliori polverosi. Una medusa solitaria si seccava lentamente sotto la spietata stella. “Cosa ti farebbe sentire meglio?” chiese lui. “Non lo so” rispose lei. E sollevò una nuvola di sabbia secca, sbruciacchiata, “è tutto così confuso”. “Che intendi dire con questo?” chiese lui. Affondò i piedi nella sabbia e piegò le dita. Lei si fermò e aggrottò la fronte. “Che stai facendo?” “La sabbia mi sta bruciando i piedi” disse lui, “possiamo camminare lungo la riva?” “E’ piena di legnetti e alghe viscide” disse lei. Indicò la medusa disidratata, “e ci potremmo pungere”. “Correrò il rischio” rispose lui. Sollevò un piede e sussultò nel camminare in punta di piedi verso l’oceano, “posso camminare io sulla sabbia bagnata e tu puoi camminare accanto a me dal lato sicuro”. Lui strofinò i piedi sulla riva fresca, dura e compatta accanto alla medusa seccata. Lei sorrise e posò i piedi accanto a quelli di lui. Aveva i piedi piccoli con le unghie dipinte di rosso fiammante. Quelli di lui erano grandi con grosse dita curve. Guardarono l’oceano, le onde erano più alte di loro. L’acqua ruggiva come migliaia di draghi blu. “Non ti volevo buttare giù, ma è stato un periodo difficile” disse lei. “Lo so, stanno accadendo parecchie cose da pazzi”. “Già, devo sistemare tutto” disse lei. Prese una ciocca svolazzante di capelli biondi che era scappata dalla sua coda di cavallo. Quando la colpì nell’occhio come una frustata, si tirò indietro. “Ohi! Beh, ti pareva”. “Ti pareva cosa?” “Niente. I miei capelli. Continuiamo a camminare e basta. Mi piacerebbe fermarmi di fronte al faro visto che oggi la spiaggia è deserta”. Al termine del molo di rocce e calcestruzzo, il faro sorvegliava l’oceano. Era sottile, verniciato di bianco e coronato da una cupola rossa. Era la nave spaziale dell’oceano, che vomitava gigantesche onde bagnate anziché espandere fiamme gonfie a combustione lenta. Il basamento era sommerso dalla tempesta, ma lo stoico faro restava splendente e risoluto. Lui si mise le mani a coppa sugli occhi. “Riesco a vedere la sua luce anche sotto questo sole che brilla da pazzi”. “Come? Non riesco a sentirti sopra le onde”. Lui si chinò e le parlò all’orecchio. “Ho detto che riesco a vedere la sua luce”. “Ah, sì, il faro è come una piccola stella qui sulla terra”. Lui puntò il cielo con un dito. “Dicono che ci sono più stelle nell’universo che grani di sabbia qui sulla Terra”. Lei arricciò il naso. “Non sembra molto credibile”. Lui scrollò le spalle. “Beh, è quello che dicono gli scienziati”. Lei annuì e guardò in alto, schermandosi gli occhi col palmo della mano. Si chinò e si tolse i fini granelli di sabbia dagli stinchi strofinandoli. “Penso che le stelle siano il luogo da cui veniamo e la sabbia sia ciò che è stato lasciato dalle persone che hanno camminato qui prima di noi”. Lui alzò un sopracciglio e scoppiò a ridere. Lei ricambiò la risata e gli appoggiò la testa sulla spalla. Lui allungò il braccio e le avvolse la vita. Contemplarono l’oceano scrosciante che colmava la distanza fra gli dei e l’uomo. *** Ringrazio molto Solange di tenere accesa la candela nel gruppo di poesia La Fiamma di Brigit.
Libri porpora su un fungo nero
07 Marzo 2026
In venti anni di escursioni non mi ero mai imbattuto in un fungo alto fino al ginocchio con un cappello grande come la ruota di un carro. L’esemplare improbabile era nero come la pece, con la sommità piatta, e aveva un gambo spesso, a forma di cono. Ancora più strane erano le due sedie dal lato opposto dell’enorme fungo nero. Più strani di tutto erano i sette libri porpora, i due calici e le due bottiglie scure che gli stavano sul cappello. Se non fossi stato in mezzo a una foresta, mi sarei aspettato una presentazione in libreria. Il fungo nero cresceva fra due grandi querce. I rami nodosi delle querce formavano una tettoia sulla scena, come un festone di primavera. Mi avvicinai delicatamente al fungo nero e feci un profondo respiro. Il suo umido odore di nocciola faceva contrasto col profumo di vaniglia resinosa dei libri. Le bottiglie color cioccolato aspettavano coi tappi pressati pigramente a metà. I due calici brillavano nella luce velata. “Benvenuto”. A quel saluto risonante mi prese quasi un colpo. Portai la mano al cuore e farfugliai una debole risposta. “Ch... chi c’è là?” “Non ti volevo spaventare” disse l’uomo. Sbucò da dietro una grande quercia e sorrise. L’uomo aveva i capelli ramati e una barba scura finemente curata. Aveva un sorriso gentile, gli occhi dolci ed era impossibile indovinare la sua età. Indossava un abito grigio di lana, con una camicia marrone e una cravatta blu con motivi cashmere. I suoi stivaletti neri con tacco alto luccicavano. L’uomo si sedette su una delle sedie attorcigliate. “Ti va di unirti a me per un bicchiere di nettare della foresta?” Lo fissai per un attimo, riflettendo sulle sue parole. Aveva una voce profonda, melodiosa, che sembrava venire dalla foresta stessa. All’improvviso mi ritrovai in sintonia con l’ambiente. Mi formicolavano le dita allo scorrere della linfa. Mi ronzavano le orecchie al crepitio della fotosintesi. Il cinguettio delle rondini non era più casuale. Individuai il loro codice in rima. ‘Bevi con lui’, mi cantavano gli uccelli. “Sì, gradirei un bicchiere di nettare della foresta”. “Una scelta oculata” disse l’uomo con una strizzatina d’occhio. Un paio di rondini gli si posarono sul braccio che ondeggiava come i rami sopra di lui. Stappò una bottiglia senza disturbare gli uccelli e versò il nettare blu-porpora nel mio bicchiere. Le rondini cinguettarono una volta e presero il volo, girandomi intorno. La loro danza verso il cielo fluiva come il nettare di zaffiro che l’uomo versava. Quando i due bicchieri furono colmi, le due anime gemelle volarono via. L’uomo sollevò il suo calice, “sono qui fuori per festeggiare il mio compleanno, sai”. Mi misi a sedere sulla sedia fatta di rami di quercia e allungai la mano per prendere il mio bicchiere. Lo sollevai in alto. “Buon compleanno! E’ oggi?” Prima di rispondere bevve a lungo. “No, era il 30 di febbraio”. Posai il mio calice tinto di azzurro e ridacchiai. “Data insolita”. “Non così insolita da queste parti” disse l’uomo. La sua voce limpida riempiva lo spazio fra noi come una garza sottile di zucchero filato, “cosa ti porta qui?” “Stavo facendo un’escursione. Lo faccio quando avverto il bisogno di chiarirmi le idee”. “Hai bisogno di chiarirti le idee spesso?” Ora riuscivo a sentire i grilli. Le loro zampe raschianti mi spinsero a parlare. “Di recente ho avuto delle preoccupazioni. Sto tentando di prendere... di prendere alcune decisioni importanti. A pensarci bene, sono veramente confuso e infelice”. “Sembra che tu sia arrivato al momento giusto” disse l’uomo. La sua voce mi avvolgeva, come una spessa trapunta imbottita. Prese un libro porpora e sorrise, “quando mi accorgo che la vita mi sta stuzzicando e punzecchiando, scopro di poter ritrovare il mio focus leggendo una buona storia. Ti piacerebbe se leggessi per te?” Mi resi conto di annuire col movimento della testa. “Sì. Sì, mi piacerebbe moltissimo”. “Mettiti comodo amico mio, perché devo raccontarti una storia o dieci”. Con la voce di un violoncello secolare, l’uomo lesse per me dal libro porpora. Chiusi gli occhi e respirai le storie. Le parole avevano consistenza, come pietre di fiume e cashmere. Ogni storia aveva un suo sapore unico, di mele e cannella. E per un attimo interminabile fluttuai su un mare di narrativa. *** Grazie a Paola per aver dato voce a scrittori locali nella sua ultima antologia e a Carlo per la sua splendida lettura.
Gnomi n.4: Tahini
28 Febbraio 2026
La porta del frigorifero si aprì con un cigolio. Edwin ne scorse il contenuto con gli occhi per un minuto intero, prima di aggrottare la fronte. Lo scaffale più basso era pieno zeppo di lattuga, pomodori e cetrioli a sufficienza per sfamare un esercito di uomini, i quali piuttosto che mangiarli probabilmente preferirebbero morire di fame. Su uno scaffale c’erano pile di contentori riempiti di avanzi e di verdura già tagliata. Sul ripiano sopra c’era una deliziosa mezza porzione di agnello, qualche formaggio e altri avanzi di ogni genere. La sua birra preferita sul ripiano superiore lo fece sorridere. Rovistò fra i condimenti all’interno della porta del frigo e alzò gli occhi al cielo. “Di, dov’è la salsa Tahiti?” “Tahini, non Tahiti” disse Diana dalla sala da pranzo. Comparve sulla soglia con un cucchiaio per ogni mano, “è cibo, non un Paese. Ed è burro di semi, non una salsa”. “Qualunqua cosa sia, è buona” disse Edwin, chiudendo la porta del frigorifero, “dov’è?” Diana diventò rossa come un peperone. “La sto usando con pane e miele per attirare gli gnomi”. Edwin emise un gemito e si appoggiò al frigorifero. “Di, sei impazzita?” Diana buttò i cucchiai nel lavello e afferrò le mani di Edward. “Stai a sentire, il latte al cioccolato non ha funzionato. Neppure i biscotti, ma forse il miele li attirerà”. “E’ assurdo”. “No, è logica applicata” disse Diana, “agli gnomi piacciono le cose dolci, devo solo trovare la cosa dolce giusta. A quel punto arriveranno attraverso il portale per fare uno spuntino e gli potremo finalmente chiedere dei nostri tavoli scomparsi”. “Allora perché la salsa Tahiti?” “Burro di semi Tahini”. “Quel che è. Non è che sia dolce”. Diana incrociò le braccia. “Anche gli gnomi hanno bisogno dei loro grassi, carboidrati e proteine”. “Come fai a saperlo?” disse Edwin con un profondo sospiro . “Anche se esistesse qualcosa come uno gnomo, e non sto dicendo che esiste – in realtà, sono sicuro che non esista una cosa come uno gnomo – come fai a sapere cosa devono mangiare?” “Perché sono sempre fatti di carne e sangue, sciocco” disse Diana, picchiettandosi la tempia, “di certo hanno bisogno di una dieta bilanciata, nutriente. Tanto vale che la prendano da me”. Edwin aprì e chiuse la porta del frigorifero. “Diana, ho fame. Potrei avere un po’ di burro di semi Tahini? E ora che ci penso, anche pane e miele”. “Lo vedi cosa intendo?” “Io non sono uno gnomo!” “Ma tu ammetti che è nutriente e squisito”. “Non stiamo parlando della dieta di uno gnomo! Guarda cosa mi fai dire!” Diana entrò nella sala da pranzo e strillò: “La fetta di pane con miele e Tahini è andata! E grazie a te me lo sono perso!” La brezza soffiava dolcemente nel profondo della verde foresta di salici. Il muschio spagnolo drappeggiato sugli alberi ricordava le criniere dei maestosi Unicorni della Collina. Gli scoiattoli saltavano di ramo in ramo con le ghiande strette nei loro piccoli artigli. Un caleidoscopio di farfalle svolazzava attraverso la chiazza di bosco in cerca di un campo fiorito. Rilassati su un letto di muschio e foglie, due gnomi sgranocchiavano soddisfatti il loro pasto guadagnato a fatica. “Santo cielo, questo miele è squisito” disse Temtom, “di cosa è?” “Miele di acacia” rispose Penkeltod. “E’ di una dolcezza eccezionale. Molto meglio di quel miele di castagno che cerchi sempre di farmi mangiare a cena”. “Sì, ma per te il miele di castagno è meglio” disse Penkeltod, “di acacia va bene solo a merenda. Questa è un’eccezione”. “Questo miele è spalmato sopra una specie di pasta alle noci” disse Temtom. Passò un dito lungo la crema e se la fece cadere in bocca, “non so cosa sia ma è piuttosto sostanziosa”. “Probabile che sia ricca di grassi” disse Penkeltod. Guardò lo stomaco gonfio di Temtom, “qualcosa di cui ne hai fin troppo”. “Mi chiedo come si chiami” disse Temtom accarezzandosi la barba. Si buttò in bocca l’ultimo pezzo di pane unto e mielato e inghiottì senza masticare, “spero che gli umani lo spalmino sul nostro prossimo spuntino”. “Cosa gli hai lasciato come ringraziamento?” “Il piatto vuoto”. *** Gnomi #4
Una tigre sul tetto
31 Gennaio 2026
C’era una tigre sul tetto. Aveva una corporatura allungata, muscolosa, con pelliccia arancione e strisce nere. Aveva dei ciuffi di pelo bianco sotto il muso. Le sue grandi zampe erano abbastanza divaricate da mostrare artigli affilati. Se ne stava seduta con gli occhi socchiusi rivolti al sole. Aveva gli orecchi girati all’indietro che ogni tanto scattavano. Cercai di capire se ci fosse un motivo che le faceva scattare gli orecchi ma non vidi nulla. Sbadigliò e quando vidi i suoi grandi denti affilati feci un balzo all’indietro dalla finestra. Lei girò la testa. “Ragazza” disse la tigre, “apri la finestra e parla con me”. Tremando, mi sentii serrare la gola. La tigre era su un tetto basso proprio sotto la mia classe. Con un solo balzo sarebbe potuta arrivare alla mia finestra. Volevo mettermi a correre ma poi pensai che la tigre sarebbe potuta semplicemente saltare attraverso il vetro sottile, se solo avesse voluto. Con la mano girai la maniglia scricchiolante e tirai il vetro verso di me. Fece un rumore di risucchio e schiocco come avrebbe fatto la tigre se mi avesse sgranocchiato le ossa e leccato via il sangue. “Ragazza, perché mi stai guardando?” chiese la tigre. “Non ero io, lo giuro! Stavo solo passando davanti alla finestra!” La tigre mi fissò coi suoi fiammanti occhi arancioni. Sbuffò dal suo naso rosa. “Mi stavi guardando da un po’ di tempo. Solo perché non ho girato la testa non credere che non ti abbia vista. O sentita. O annusata”. La tigre fiutò l’aria. “Sai di cannella e chiodi di garofano. Non è di mio gusto”. “Hai intenzione di mangiarmi?” La tigre sbuffò un’altra volta. “Ho appena detto che non sei di mio gusto. Ora dimmi, perché mi stavi guardando?” Ero ipnotizzata dal muso della tigre, rotondo, peloso, coi suoi baffi sottili. Quando vidi i suoi muscoli che si increspavano nel cambiare posizione deglutii. Mentre il suo corpo si assestava, le mattonelle del tetto di terracotta scricchiolavano e tintinnavano. Mi tirai i capelli e mi lisciai il maglione. Feci un respiro profondo per parlare. “Credo che volessi qualcuno con cui parlare”. “Lo credi o lo sai?” “Lo so”. “Ah, ora ci stiamo arrivando” disse la tigre, “cosa vuoi dirmi?” “Qual è il mio posto nel mondo?” “Qualsiasi cosa tu ne faccia” rispose la tigre con un colpetto di orecchi. “Non capisco. Il mondo è un orribile luogo di sofferenza. Litigi e dominio e uccisioni. Odio questo mondo! Cosa ci posso fare?” La tigre strizzò gli occhi e inclinò appena la testa. “Ragazza mia, non puoi combattere il mondo e cambiarne le abitudini più di quanto io possa vestirmi di strisce verdi o cacciare la luna. Ti sei incarnata in questo mondo per fare la tua strada. Non andare al di là col pensiero perché non sai cosa accadrà domani. Apri la tua strada e sappi che se lo fai con sincerità incrollabile altri sceglieranno di unirsi a te”. La tigre girò la testa dall’altra parte e distese le zampe anteriori come per mimare la Sfinge. Sbadigliò pigramente, mostrando un gran numero di denti. Scosse il capo e si voltò verso il sole. Aveva di nuovo gli occhi socchiusi. Nel chiudere la finestra non pensai a me, ma alla tigre. Lei poltriva su un tetto e viveva come se non ci fosse un domani. *** Grazie agli studenti di EMAHO Lucca.
La Vecchia Radio
10 Gennaio 2026
La vecchia radio se ne stava in silenzio sullo scaffale più alto di un’antica libreria intagliata, in una caffetteria molto vecchia. Il suo rivestimento di legno era consumato, ma ancora straordinariamente liscio. Metà del suo volto era un altoparlante coperto di tessuto; l’altra metà era un sintonizzatore con frequenze. Le tre manopole di plastica nera non erano state girate dall’ultima volta che era stata collegata alla corrente. La vecchia radio era silenziosa, ma era rimasta in ascolto per molti anni. Mentre se ne stava in alto, il mondo sotto di lei avanzava a velocità vertiginosa. Cambiavano le mode, cambiava l’elettronica ma il rumore della gente restava. Era stata testimone del trambusto dei clienti e delle loro conversazioni sui divani imbottiti fin dal primo giorno che era stata portata dentro la caffetteria. Le persone che erano solite bere caffè filtrato, oggi bevevano caffè espresso. Il tè scuro amaro aveva ceduto il posto alle tisane alla frutta. La radio conosceva molti segreti ma li teneva per sé. Non era stata accesa per decenni e non ricordava neppure il suono della sua voce. Non che le importasse. Aveva trasmesso per molti anni e non le dispiaceva stare seduta e ascoltare in silenzio. Stava anche attenta ai moderni impianti stereo che sparavano musica a oltre dieci volte il suo modesto range di decibel. Nell’osservare il trambusto, il suo occhio invisibile cadde su una persona. Era l’unica anima con cui desiderava poter ancora parlare. Lui veniva di tanto in tanto, camminava lentamente appoggiandosi al suo bastone. Aveva la pelle flaccida e la testa calva per lo più nascosta sotto un berretto irlandese. Indossava completi in tweed che dovevano avere cinquant’anni. D’inverno portava un cappotto pesante, guanti e una sciarpa. Quando arrivava, ordinava un tè scuro amaro e semplici biscotti. Si sedeva sempre solo. Il vecchio si sedette quasi proprio sotto la radio. Una cameriera gli servì tè e biscotti indugiando abbastanza a lungo da assicurarsi che non facesse cadere la tazza bollente. Lui sorseggiò il tè lentamente e poi sgranocchiò un biscotto. Ogni tanto, guardava in su verso la libreria. Scansionava i libri con gli occhi come se stesse cercando qualcosa di nuovo. A volte si alzava in piedi scricchiolando e ne tirava giù uno. Ma era sempre lo stesso libro da cui aveva letto, poche pagine alla volta. Il vecchio finì il suo tè e guardò in alto sospirando. Teneva lo sguardo sullo stesso scaffale dove si trovava il suo libro preferito. Non guardava abbastanza in su da vedere la radio che stava sullo scaffale più alto. Lei si chiese se lui se la ricordasse. Quando era un giovanotto, entrava nella caffetteria per mangiare un gelato e ascoltare i servizi sullo sport che lei trasmetteva. Ricordava quanto lui sembrasse felice coi suoi amici, a tifare per la sua squadra preferita. Non poteva fare a meno di vedere come ora fosse triste, tutto solo. Il vecchio non sapeva di avere ancora un’amica. Avrebbe dovuto soltanto guardare un po’ più su per trovarla.
Il Salvatore di Natale
03 Gennaio 2026
Nell’oscurità la neve compatta era soffice e informe. Curve dolci come dune di sabbia ghiacciata ricoprivano i campi. Dai cumuli di neve spuntavano arbusti sempreverdi con la chioma ciondoloni e i rami pesanti. A una trentina di passi dalla strada a doppio senso una casa indipendente si stagliava su tutta la distesa innevata. Stavo guardando quella casa. Avevo la macchina parcheggiata con due ruote sulla strada e due sul pendio di un piccolo cumulo di neve. L’avevo lasciata accesa, di certo non avrei dovuto guardare la casa tanto a lungo. Era quasi buio pesto. Il giardino davanti sembrava un favoloso paese delle meraviglie di gonfiabili, mitiche creature di nylon. La pompa per l’aria era ben nascosta e il suo lieve gemito veniva inghiottito dalla neve. Ho contato tre pupazzi di neve, una renna con il braccio (o forse la gamba) intorno a una spalla di Babbo Natale, una mezza dozzina di altri Babbo Natale di varie forme e misure, un albero di Natale, una slitta, lo Schiaccianoci, il Grinch e un cartello di Auguri per Natale. C’erano anche tante altre creature. Un porcello volante, un dinosauro che mangiava un regalo, Harry Potter, una cosa blu che sembrava un cane, Yoda (o forse Grogu), uno scheletro alto dieci piedi e una bambola gonfiabile rosa sdraiata nella neve a guardare il cielo buio. Ho pensato di raddrizzare la bambola rosa ma era semi sgonfia e non ho avuto il coraggio di intervenire. Mentre aspettavo ho avuto il tremito. C’erano parecchi gradi sotto zero e il vento in aumento mi ha fatto dare rapide occhiate all’interno caldo della mia auto. Il ghiaccio sulle finestre era poco più che acqua fangosa che colava e formava pozzanghere sulla strada dove provava inutilmente a ghiacciare nonostante le tonnellate di sale grosso. Ho pestato i piedi e ho girato la testa quando è sfrecciata una macchina, che mi ha spruzzato le gambe di acqua salata sporca. Le nuvole cariche coprivano le stelle. Ho sbattuto le palpebre nel preciso momento in cui il paese delle meraviglie invernali si è animato scintillando. Se a luci spente la scena era strabiliante, vedere l’intero giardino illuminarsi di colori in contrasto tutto in una volta è stato davvero sconvolgente. Le luci multicolori che erano state seminascoste dal ghiaccio e dalla neve brillavano con ogni colore dell’arcobaleno. Le luci scintillavano a schemi in contrasto grazie a timer fuori sincrono. Il bagliore soffuso dell’esercito di nylon sembrava un’invasione aliena. Ho immaginato un UFO sospeso in aria, che lasciava cadere dei luminosi soldati gonfiati per prendere d’assalto la casa. Andando via mi sono chiesto della povera creaturina che giaceva a faccia in su e guardava con occhi privi di vista. Benché fosse appena visibile, faceva parte anche lei del favoloso paese delle meraviglie. Non potevo fare a meno di domandarmi se il suo proprietario sarebbe uscito barcollando in vestaglia e stivali per tirarla su. Forse avrebbe messo del nastro adesivo sullo strappo invisibile nel suo rivestimento e soffiato abbastanza da rialzarla. Durante il mio lungo viaggio di ritorno verso casa, non sono riuscito a immaginare chiaramente nessuna delle altre creature di Natale, ma ho visto la povera cosina rosa, faccia in su, che aspettava il suo salvatore in flanella. Il pensiero avrebbe potuto rendermi triste, ma era Natale. Sapevo che presto o tardi lui avrebbe attraversato il giardino, l’avrebbe tirata su e l’avrebbe accomodata sotto il braccio protettivo dello Schiaccianoci.
Gnomi n.3: Dov’è il Portale?
20 Dicembre 2025
La pila di libri cadde sul pavimento con un tonfo sordo e fece volare una nuvola di polvere. Diana starnutì delicatamente nella manica e tirò su col naso. Andò alla libreria, tirò fuori un’altra bracciata di libri e li accatastò dietro di lei. Ora aveva dodici pile ordinate di libri e una libreria vuota. Fece scorrere le dita lungo gli scaffagli e negli angoli. Picchiettò sul retro della libreria e tese l’orecchio. Fiutò l’aria e starnutì ancora. Scosse la testa e aggrottò la fronte. “Amo’” chiamò Diana. “Puoi venire un attimo qui?” Edwin comparve nel soggiorno e fece una smorfia. “Non puoi fare sul serio”. “Qui ci dev’essere qualcosa” disse Diana, “ed è logico che ce lo abbiano nascosto”. “Di, in casa nostra non c’è alcun portale di gnomi”. “Ma certo che c’è” esclamò Diana, “come pensi che abbiano fatto a entrare e a rubare i tavoli?” Dopo che era scomparso il tavolo numero sette, c’era stata una tregua di parecchie settimane. Edwin aveva costruito un tavolo nuovo usando il compensato per il piano e vecchi pallet per le gambe. Ci aveva messo un asse per rinforzare i lati ed era venuto abbastanza solido. Traballava un po’, ma Diana sapeva che ne era stato orgoglioso e perciò lo aveva inondato di complimenti. Non era stato un bel tavolo, ma aveva quel che di rustico, fai-da-te, sono-stanco-di-costruire-tavoli. Ma le aspettative di Edwin di avere un tavolo perenne erano state una falsa speranza. Il tavolo numero otto era scomparso e Diana in realtà era piuttosto soddisfatta, benché cercasse di non farlo vedere a Edwin. “Cosa ti fa pensare che il portale sia nella libreria e non da qualche altra parte, come in cucina?” chiese Edwin. “Perché la stanza da cui spariscono i tavoli è questa” disse Diana, “in più, nella cucina ho guardato dappertutto. Ho perfino spostato il frigorifero! Da sola, tra l’altro, perché tu non mi hai dato alcun aiuto”. “Stavo guardando la partita di calcio”. “Adesso non c’è nessuna partita di calcio, dunque rimboccati le maniche e dammi una mano a cercare!” Il sole riluceva obliquo fra le foglie della grande quercia. La brezza leggera proiettava ombre cangianti sulle felci di sotto. Una coccinella ronzò e atterrò goffamente su una larga foglia, appena fuori dalla portata di una mantide religiosa. Un ranocchio saltellò lungo un piccolo sentiero e sguazzò dentro a un ruscello impetuoso. Due gnomi osservavano la placida foresta seduti su un fungo velenoso. Fumavano lunghe pipe in tranquillità. “Sai, quegli umani non sono così cattivi” disse Temtom, “mi hanno dato un altro tavolo da vendere al mercato. Questo ha un bel piano liscio. Anche se le gambe sono piuttosto traballanti. Perché qualcuno dovrebbe costruire un tavolo con un mucchio di stecche per gambe? La maggior parte ho dovuto tagliarla via”. “Non chiederlo a me” disse Penkeltod, “di carpenteria non so niente”. “Comunque, è stato un regalo premuroso”. “Te l’ho detto che gli umani sono più gentili di come sembrano” disse Penkeltod, “sai, quando non si massacrano a morte uno con l’altro”. “Penkeltod, quando hai ragione, hai ragione” disse Temtom, “non avrei mai pensato che continuassero a rifornirci così prontamente”. “E’ pura logica. Si sono costruiti la casa proprio sul nostro portale verso il loro mondo. Quel che è giusto, è giusto”. “Proprio vero” disse Temtom aspirando dalla sua pipa, “credevo che la loro gran brutta casa sarebbe stata una grossa seccatura per i viaggi, ma non lo è. Sai che non amo mostrare i miei documenti. Ma loro non hanno mai chiesto di vederli. Posso tranquillamente passare davanti a loro ed entrare nel cortile”. Fece una smorfia. “Anche se c’è da stare attenti a quel gatto irritante”. Penkeltod soffiò una nuvola di fumo. “Dovresti davvero ringraziare gli umani per la loro gentilezza. Perché non gli lasci un regalo?” “L’ho fatto” disse Temtom, “gli ho lasciato la polvere e gli acari del legno”. Penkeltod lo guardò di traverso. “Beh, allora, suppongo che siate pari”. Temtom si stiracchiò e si sistemò sul fungo velenoso. “Direi di sì”. *** Gnomi n°3
Il Parcheggio
06 Dicembre 2025
Sollevò lo sguardo in direzione del fruscio di piume. Il volo goffo del piccione faceva il rumore dei fogli che svolazzano a terra. Proprio come i documenti ammuffiti che aveva lanciato dall’altra parte della stanza il giorno prima. Era stato uno scatto di rabbia inutile nella sala del consiglio. Imbarazzato per il suo scoppio d’ira, li aveva raccolti e infilati nella valigetta. Ora i documenti ammuffiti giacevano sul tavolo da giardino. Passò un dito sul foglio più in cima, sgualcito, screpolato e ingiallito come i denti macchiati di un fumatore. Sorseggiò il caffè storcendo la bocca. Posò la tazza di ceramica con un clic. Il caffè freddo sapeva di terra e del fumo che si raffredda nell'aria autunnale. Aveva deciso di fare a meno della dolcezza caramellata dello zucchero in nome di una mal concepita idea di salute, ma in questo modo bere il caffè era diventato intollerabile. Scoprì che poteva berlo solo se gli scottava le labbra. Magari poteva cercare una tostatura meno amara. Se non fosse per la caffeina, non lo avrebbe bevuto affatto. Stava perdendo tempo. Pensava alla tazza di caffè freddo e al piccione che svolazzava. Non poteva rimandare l’inevitabile. Si strinse la sciarpa di lana intorno al collo e inspirò il profumo di ciliegia del suo tabacco. Fumare gli calmava i nervi, ma per fumare era troppo presto. Non fumava mai a colazione, però dopo una giornata come quella di ieri la tentazione era forte. Si era distratto un’altra volta. Non si era accorto di aver preso il cucchiaio fra le dita. Lo stava tamburellando sul tavolo come una marcia al patibolo. Guardò la pila di fogli sparsi e scelse il foglio della sua rabbia. C’era scritta una data di inizio. Se lo portò alle labbra e chiuse gli occhi. Il profumo amaro di mandorle ed erba che aveva la carta risvegliò in lui i ricordi del parco di quartiere. Da ragazzo era il suo posto preferito. Le giornate passate a strillare con gli amici facendo scricchiolare le foglie secche. Le ginocchia sbucciate sulla ghiaia tagliente. Il parco non ci sarebbe più stato. Come consigliere comunale gli avevano detto che il progetto, archiviato per tanto tempo, sarebbe finalmente iniziato. Aspettavano la sua firma. Presto, il luogo dei suoi ricordi più cari sarebbe diventato un parcheggio.
La Luna nel Campo
29 Novembre 2025
La Luna salutò il Sole e assunse il suo ruolo di sentinella del cielo notturno. Si sollevò silenziosamente, come una moneta d’argento sospesa sopra le nuvole. Navigò alta sopra la Terra, come un capitano che guida i suoi marinai giù in basso. Un pensiero puro si levò dalla Terra con un sussurro. La Luna lo catturò con la mente e guardò in basso per vedere una ragazzina che faceva cenni con la mano. I pensieri della ragazza presero forma nella mente della Luna. La Luna rivolse lo sguardo al Sole stanco. “Caro Sole, che sta accadendo giù di sotto?” “Cose di umani” disse il Sole affacciandosi all’orizzonte. Sbadigliò e stiracchiò i suoi bagliori solari. “Hanno passato tutto la giornata a preparare il Festival d’Argento”. “Il Festival d’Argento?” disse la Luna. Guardò giù il campo fervente di attività. Gli umani portavano sedie ai tavoli e mettevano il cibo su grandi vassoi. “Di certo sembra qualcosa di adatto al mio essere bianco argenteo. Credo che sia il motivo per cui la ragazzina mi ha chiesto di unirmi a loro”. Il Sole scosse la sua corona. “Devi esserti sbagliata. Perché mai una ragazzina dovrebbe chiamarti giù da loro? E se anche lo avesse fatto, temo che tu sia un po’ troppo grande per entrare nel campo”. “Ma lei mi ha chiamata” disse la Luna, “dev’esserci sicuramente un modo per partecipare al Festival d’Argento”. Il Sole scrollò le spalle, per quanto un Sole potesse. “Chiedilo alla Stella Polare. Ora, se non ti dispiace, sono un po’ stanco. Buonanotte”. E con questo il Sole sparì sotto l’orizzonte lasciando la Luna a illuminare la dolce oscurità. La Luna alzò lo sguardo in alto e gridò. “Grande stella immobile, eterno faro della Terra, sai dirmi come mi posso unire agli umani nel loro Festival d’Argento?” La Stella Polare sollevò un sopracciglio luminoso. “Vorresti stabilirti nel campo con gli umani?” “Solo per una notte” disse la Luna, “mi ha chiamata una ragazzina. L’ho vista gesticolare e ho udito il suo desiderio con la mente”. “Hm” disse la Stella Polare, “allora va bene. Chiudi gli occhi, Luna cara e proiettati giù nel campo. Non aver paura di trovarti sia nel cielo che sulla Terra. Per una notte esaudirò questo tuo desiderio”. La Luna chiuse gli occhi e si immaginò nel campo. Riusciva a sentire il profumo dell’erba di cetriolo tritato. Sentiva il tintinnio dei bicchieri e l’ondeggiare delle risate. Sentiva una brezza tiepida; nel vuoto di sopra non aveva sentito niente di simile. Aprì gli occhi e vide gli umani che ballavano e cantavano. Si sedette quietamente fin quando davanti a lei apparve la ragazzina, che si tirava le trecce. La Luna sorrise. “Sei quella che mi ha chiamata”. “Sì” disse la ragazza, “grazie di essere venuta”. “Perché mi hai chiesto di unirmi a voi in questo Festival d’Argento?” “Perché sei bellissima” replicò la ragazza. Al complimento la Luna rimase senza parole. “Ma sono soltanto una fredda roccia butterata. Niente a confronto del Sole caldo e brillante”. “Oh, no” disse la ragazzina, scuotendo vivacemente le trecce. “La mia nonna dice che aiuti i contadini coi semi e procuri le maree ai pescatori. Ha detto che ci dai i cicli femminili e che rendi bella la notte”. La Luna arrossì, il che per la Luna vuol dire passare da bianca a, beh, una tonalità di bianco sporco. “Grazie”. La ragazzina annuì e si allontanò saltellando. La Luna rifletté sulle parole della ragazzina guardando la gente che ballava e cantava. Li sentì dire quanto fossero orgogliosi del Festival d’Argento. Insieme da tanti anni e ancora per tanti a venire. Si gonfiò al pensiero che anche lei aiutava la Terra a trovare il suo equilibrio. La Luna immaginò le maree che avanzavano e si ritiravano, i semi che germogliavano e gli umani che dormivano placidamente sotto al suo occhio vigile. FINE Grazie a Ivo per avermi fatto notare la luna gigante che mi ero perso e alle ragazze del Korus per una splendida serata di settembre. Buon 25° anniversario alla Korus ADV.
Gnomi n.2: Gli gnomi non sono fate
22 Novembre 2025
Penkeltod raccolse l’opaca roccia lunare e aggrottò la fronte. “Cosa ci fa quaggiù?” Temtom si girò di scatto e inciampò in una felce. Una pinna penzolante gli levò il berretto da gnomo scoprendo ciuffi di capelli bianco diamante. “Guarda cosa mi ha fatto! Ci ho messo tutta la mattinata a mettermi il berretto proprio nell’angolo giusto!” “Non era affatto un angolo allegro” disse Penkeltod. “Ma era quello giusto” replicò Temtom. “Tem, dimentica un attimo il tuo berretto” disse Penkeltod. Sollevò la roccia lunare, “cosa pensi di questa?” “E’ una roccia di luna”. “Lo so, ma cosa ci fa qui?” “Piuttosto la domanda giusta, chi l’ha rimpicciolita?” chiese Temtom col mento in alto e gli occhi interrogativi. Lo scorbutico gnomo era un maestro nel fare quegli occhi. Penkeltod si accarezzò la lunga barba. “E’ una bella domanda. Mi sta nel palmo della mano come se fosse un sassolino, ma è chiaramente una roccia”. Temtom si aggiustò il berretto. “Come sto?” “Che aspetto vuoi avere?” “Allegro, ma con un tocco di inquietudine” replicò Temtom. “Perché inquietudine?” “Sai che non sopporto di camminare fra gli arbusti mordaci”. Penkeltod si mise una mano sul mento basettato. “Beh, allora credo che tu debba inclinarlo un po’ in avanti”. “Così?” “Riesci ancora a vedere dove vai?” “No”. “Allora di meno”. Temtom fece scivolare il berretto all’indietro di un pollice di rospo e mezzo “Così come ti sembra?” “Perfetto!” esclamò Penkeltod. “Allegro, con appena un tocco di apprensione”. “Io volevo inquietudine!” “Sono sinonimi”. Temtom si prese un attimo per riflettere sull’abilità linguistica del suo amico. “Ci sta. Possiamo andare?” “Ma per la roccia lunare?” protestò Penkeltod. Temtom sospirò. “Ma davvero vuoi andare a parlare con loro, eh?” “Credo che sia importante” disse Penkeltod. Infilò nel marsupio la roccia lunare dalle dimensioni di un sassolino. “E’ uno strano posto per lasciare una roccia lunare rimpicciolita”. “D’accordo” disse Temtom, “sempre meglio che girovagare fra gli arbusti schifosi”. Penkeltod avanzò zoppicando e allungò la mano rugosa, facendo cenno al compagno. “Bene, andiamo. Prendi”. Temtom arricciò il labbro. “Non puoi dire sul serio”. “Certo che posso” disse Penkeltod “sai che è il modo in cui ci dovremmo presentare”. “Mano nella mano?” disse Temtom, indietreggiando. “Penseranno che siamo... che siamo, beh, fate!” “Come fai a dirlo?” chiese Penkeltod. “Non abbiamo ali”. “Sì, ma, beh... lo sai cosa sembrano loro!” “Cosa sembrano?” “Sembrano, beh, fate!” Penkeltod abbassò le folte sopracciglia quasi fino a chiudere gli occhi. “Cosa c’è di male a essere fate?” Temtom incrociò le braccia cicciotte. “Hanno dei cappelli ridicoli”. “Forse puoi persuaderle a seguire il tuo stile”, disse Penkeltod. Temtom ci riflettè un attimo, poi prese la mano di Penkeltod: “tu aspetta che gli faccia vedere come mettere un berretto nell’angolo giusto!” Mano nella mano, i due gnomi girarono a sinistra al bivio e saltarono allegramente nel Paese delle Fate. *** Gnomi n°2
In bilico sul bordo
08 Novembre 2025
“Spingi, amore mio, spingi!” “Non posso” piagnucolò, “è troppo difficile!” Le rivolse il suo miglior sguardo di incoraggiamento amorevole. “Oh, smettila di essere così drammatica. Non sei la prima che ci passa, lo sai”. Lei lo guardò corrucciata. “Non mi importa, non voglio più farlo! E ti puoi togliere dalla faccia quel sorriso ebete!” Vide le sue labbra imbronciate bagnate di sudore. Lui credeva davvero che lei desse il meglio di sé quando si sentiva sopraffatta, ma si morse la lingua per evitare un ceffone. Prima di fare un secondo tentativo di incoraggiarla, ci pensò su. “Non puoi mollare, devi spingere più forte. Andiamo amore, sei in bilico sul bordo”. Lei si arrabbiò. “Sono in bilico sul bordo? E’ tutto ciò che sai dire? Tutti i miei sforzi per portarmelo appresso e tutto quel che sai dire è che sto ‘in bilico sul bordo’?” Gli dette il ceffone che aveva cercato di evitare. Lui si morse la lingua per frenare una risata e si augurò che lei non l’avesse notato. “D’accordo, pessima scelta delle parole. Ora risparmia il fiato e spingi. Andiamo, ci sei quasi!” “Sono troppo stanca!” pianse. “Davvero, non ce la faccio più! Per piacere, lascia che mi fermi e mi riposi”. L’uomo scosse la testa. “Non funziona così. Il nostro fagotto di gioia non ha intenzione di aspettare che te la prenda comoda”. Si pentì immediatamente delle sue parole. “Non me la sto prendendo comoda, io sto portando il tuo bambino!” “Sembra che tu stia per arrenderti e far cadere il mio bimbo sul pavimento!” “Basta!” gridò lei. “Io me ne vado e puoi spingere tu!” “Sei impazzita?” sbottò lui. “Sono dal lato sbagliato e ovviamente non sono equipaggiato per spingere!” Lei lanciò i guanti. “Non è un problema mio! La prossima volta che vuoi qualcuno che spinga uno dei tuoi ‘fagotti di gioia’, chiama una squadra!” Rimase a bocca aperta mentre la guardava precipitarsi giù per la scalinata. Gli ci volle tutta la forza per tenersi stretta la scultura di alabastro finemente scolpita, sulla rampa di scale che portava al salone della mostra.
Gnomi n.1: Tavolo Numero Sette
25 Ottobre 2025
Edwin entrò nella piccola sala da pranzo, si fermò e sbatté le palpebre. “Diana!” Si girò verso la cucina e gridò: “Diana! Vieni qui!” Vide che lei dal cortile guardò in alto e corse in cucina. Si scontrò quasi con lui, fermandosi di colpo in sala da pranzo. Diana si mise la mano sulla bocca. “No, ancora!” Edwin si strofinò gli occhi. “Perlomeno questo mi è costato soltanto quindici sterline”. Steso in mezzo al pavimento della sala da pranzo c’era un centrino all’uncinetto, con un vaso di fiori e due candele di cera d’api. Su di essi incombevano quattro sedie come a proteggerli da un’intrusione. Ma non c’era alcun tavolo. “Eddie, dove li portano?” chiese Diana. “Il portale dev’essere connesso con un altro regno”. Edwin non sapeva cosa pensare. Quando sparì il primo tavolo, poco dopo che si erano trasferiti nel cottage, Edwin pensò che uno dei suoi amici gli avesse fatto uno scherzo. Si rifiutava di prendere in considerazione le idee di Diana, che a casa loro ci fosse un portale magico. Un portale magico dove entità magiche rubavano i loro tavoli da pranzo. Era insensato. Sette tavoli dopo, stava pensando che poteva aver perso il contatto con la realtà. “Non capisco” si accovacciò e passò le mani su un petalo di rosa. Alzò la testa di scatto e guardò la video camera nell’angolo del soffitto più vicino alla finestra, “la videocamera dovrebbe registrare ancora!” I due corsero nel piccolo studio, facendo quasi a botte per arrivare al portatile. Edwin sbloccò lo schermo del computer, poi selezionò il programma della video camera, aprì l’ultimo file e fece scorrere le immagini. Fermò la mano e buttò fuori il fiato. “Lì! E’ il momento in cui scompare il tavolo!” “Mandalo dieci secondi indietro!” esclamò Diana. “Penso di aver visto qualcosa”. Edwin cliccò sul mouse e fece ripartire il video. Era tutto fermo e a un tratto l’immagine si contrasse e scoppiettò. Per un attimo si udì un rumore bianco e poi il tavolo non c’era più. “C’è qualcosa lì!” “Rallentalo, Eddie!” Edwin fece ripartire il video alla minima velocità. La contrazione diventò un’onda; lo scoppiettio divenne un languido fremito di pixel. Apparve una mano minuscola. Poi un cappello a punta. Proprio mentre iniziava a prendere forma una piccola sagoma, l’immagine diventò bianca come neve e il tavolo era sparito. Il centrino era steso ordinatamente sul pavimento con il vaso da fiori e le candele poggiati sopra. Vedendo Diana trionfante, Edwin fece una smorfia. “Di, non è ciò che sembra”. “Era uno gnomo!” Gridò Diana. “Te l’avevo detto!” Al mercato del villaggio le voci crebbero intanto che le figure paffute e barcollanti si radunarono. Pugni che stringevano monete d’oro. Mani che tiravano lunghe barbe. Cappelli a punta che venivano sistemati se cadevano su folte sopracciglia. In mezzo al caos, un piccolo gnomo robusto agitò le braccia. “Va bene, va bene, porgetemi le vostre orecchie appuntite!” strillò Temtom. Si aggiustò il berretto per sembrare più professionale. “Vi presento il tavolo numero sette. Il più bello tra quelli che ho portato nell’Angolo della Zucca”. Fece scorrere una mano sulla gamba di un tavolo ruvido. “Ah, sì, ha carattere. Guardate che bei graffi! Ammirate le chiazze di quegli intrugli tremendi che gli umani bevono la mattina - solo Odino sa come fanno a bere quella poltiglia. Ammirate l’inclinazione perfetta. Una volta tagliate le gambe a misura, un’intera famiglia di dodici ci si può sedere comodamente intorno”. Temtom fece un sorriso compiaciuto alla folla. Strizzò gli occhi. “Che l’asta abbia inizio!” *** Gnomi n°1 Grazie a Nadia, a Solange e a tutte le magiche creature.
Banano n. 3 – Il sogno di Jimmy
09 Settembre 2025
*** La serie inizia con "Banano e il Mercato Magico" *** Jimmy avvertì una leggera spolverata di luce che gli solleticava il naso. Se lo grattò una volta, poi una seconda, infine aprì gli occhi. Si sedette sul letto e sbattè le palpebre alla strana polvere colorata. Jimmy vide che si diffondeva da sotto la porta. Sgusciò fuori dalle coperte e mise i piedi sulle piastrelle. Fece dei leggeri, incerti passi avanti fino a che fu a pochi pollici dalla porta. Appoggiò le dita sul pomello e poi tirò subito indietro la mano. Gli formicolava. Jimmy si armò di coraggio, mise la mano sul pomello e lo girò. I suoi occhi incontrarono clown, unicorni, arcobaleni, gnomi, creature gommose e un campo verde brillante. Il cielo era di un viola chiaro e il sole di un arancione talmente intenso che macchiava. Un fiume blu argenteo scorreva in salita e scompariva all’orizzonte. Jimmy lasciò la sua stanza e si insinuò con cautela nel prato. Quando un piccolo arcobaleno con le mani a palloncino gli fece cenno di andare dall’altra parte del fiume, rimase a bocca aperta. Jimmy attraversò un piccolo ponte di marmo rosa e nel cielo si alzò l’arcobaleno. Passò all’altra riva e per un pelo riuscì a schivare un gruppo di clown che sfrecciavano davanti a lui. L’arcobaleno gli fece un fischio dall’alto e indicò un albero bianco argenteo, con sfumature scure in diagonale sul tronco e foglie rosso sangue. Seduto ai piedi dell’albero c’era un ragazzo i cui colori imitavano l’albero. Il ragazzo agitò una mano. “Ehi, salve” disse il ragazzo, “benvenuto nel tuo sogno”. “Sto sognando” mormorò Jimmy, “ecco perché quando ho aperto la porta non c’era nessun corridoio!” “Sei acuto come una volpe, Jimmy” disse il ragazzo, “e hai soltanto undici anni”. Jimmy guardò il ragazzo dagli occhi occhi blu scintillante, con macchie rosse sulle guance e sbavature nere sul viso. “Come fai a sapere il mio nome?” “Per me è facile immaginare le cose nella Terra del Sogno” disse il ragazzo, “nel mondo della veglia non posso fare granché, ma posso fare molto in quello del sonno”. Jimmy osservò il ragazzo per un istante. “Come ti chiami?” “Mi chiamo Banano” rispose. “Banano” Jimmy si fece rotolare sulla lingua il nome del ragazzo e fu sorpreso di scoprire che sapeva di banane coperte di cioccolato. Si grattò la testa, “perché sei nel mio sogno?” “Pensavo che ti facesse piacere un po’ di compagnia” disse Banano, “so che ultimamente sei stato molto triste”. Jimmy abbassò la testa. “Non ho detto niente a nessuno”. “Lo so” disse Banano, “e non devi dire niente nemmeno ora. Perché non guardiamo un po’ gli gnomi che sparano fuochi d’artificio?” Jimmy si sedette accanto a Banano sotto l’albero bianco e nero con le foglie rosso sangue. Guardò gli gnomi alti non più di due piedi che correvano avanti e indietro. Uno gnomo cominciò a urlare e a indicare freneticamente e dette uno strattone al cappuccio troppo grande. Un gruppetto di gnomi borbottò una risposta e posò a terra una serie di scatole di legno colorate. Lo gnomo fece un salto indietro mentre una delle scatole sibilò e gemette, lanciando in aria un razzo che esplose in una doccia di polvere di luce arcobaleno. Le altre scatole tremarono lanciando i razzi e il cielo porpora si illuminò di giallo, verde e blu. “Wow” fece Jimmy a bocca aperta, “credo di sapere da dove arriva la polvere di luce colorata”. “Come ho detto, sei acuto come una volpe” replicò Banano. “Hai creato tu questo sogno, non è vero Banano?” Banano fece un sorriso sornione. “Come lo sai?” “Perché adoro i fuochi d’artificio, ma non li ho più chiesti, perché...” Jimmy si guardò la mano con due dita amputate e sospirò. “Non importa”. “Fammi dire qualcosa sull’essere diversi, perché io stesso sono molto diverso” disse Banano, “sai che vivo con una famiglia di clown?” Jimmy si si raddrizzò. “Sul serio?” “Proprio così” disse Banano, “ci sono Pepita, Babba, Davy e Alice la NON clown”. Jimmy alzò il sopracciglio. “Cosa ci fa una NON clown in una famiglia di clown?” “E’ una storia lunga” disse Banano, “ma il punto è che in quella famiglia ognuno è accettato e ognuno è molto diverso”. Jimmy sospirò. “Ma prima dell’incidente io ero normale. Adesso a scuola i bambini si prendono gioco di me”. “Tutti?” chiese Banano con un sopracciglio alzato. Jimmy scrollò le spalle. “Non tutti. Francesca no. A lei non importa se non sono normale”. “Allora tu eri normale, vuoi dire?” Banano arricciò le labbra. “Hum, perché avevi tutte le dita alle mani e ai piedi?” “Beh, sì” rispose Jimmy. “I tuoi genitori ti vogliono bene per le dita delle mani e dei piedi?” Banano guardò Jimmy di traverso. Mentre Jimmy pensava, un lotto di fuochi d’artificio a pois illuminò il cielo. “Beh, no. Cioè, credo che mi vogliano bene per quello che sono”. “E Francesca è tua amica per le tue dita delle mani e dei piedi?” “Beh, no. E’ mia amica perché ci piace parlare tra noi” disse Jimmy. Banano annuì soddisfatto. “Non ha davvero importanza come tu sia diverso o normale o una via di mezzo. Ciò che importa è chi sei, Jimmy. E io so che sei un bravo ragazzo che vuole bene al suo cane e dà retta ai suoi genitori” ancora una volta Banano guardò Jimmy di traverso, “il più delle volte”. “Credo che qualche volta risponda male” sospirò Jimmy, “dopo una giornata difficile a scuola quando mi prendono in giro”. “Perché credi che ti prendano in giro i bambini?” Banano lo guardò negli occhi, “credi davvero che sia soltanto per le tue dita che mancano?” Jimmy corrugò la fronte. “Non ne sono sicuro”. “I bambini felici sono crudeli con gli altri bambini?” “No” disse Jimmy, “i bambini felici sarebbero carini con me”. Jimmy guardò Banano. “Pensi che i bambini che mi prendono in giro siano infelici?” “Tu che ne pensi?” Jimmy rimase un istante in silenzio. “Può darsi. Ma cosa ci posso fare?” Banano sospirò. “Non è semplice e non posso darti una soluzione per il Mondo della Veglia. Ma ora che hai una prospettiva diversa, magari ti viene in mente qualcosa”. Jimmy scrollò le spalle. “Posso provare a essere gentile quando fanno i cattivi”. “Sembra una buona idea!” Banano sorrise. “Grazie, Banano!” Banano si appoggiò al tronco dell’albero. “Questo è il tuo sogno, quindi è l’ora che ti diverta un po’”. Indicò il campo. “Uh-oh, gli gnomi stanno tirando fuori la scatola di fuochi d’artificio formato balena. Probabilmente dovremo usare il parasole se non vogliamo fare una doccia di polvere”. Jimmy prese da Banano un parasole iridescente. “Non li puoi fermare?” Banano lo guardò incuriosito. “Se c’è una cosa che dovresti imparare dalla Terra del Sogno, è che nessuno controlla gli gnomi”. I due ragazzi si appoggiarono all’albero con i parasoli luminescenti sulla testa. Gli gnomi facevano un gran baccano correndo in circolo. Dalla scatola esplose un ringhio assordante e si alzò un arco di polvere di luce che dipinse il cielo di così tanti colori diversi che Jimmy non seppe contarli. Mentre sul parasole cadeva la polvere, Jimmy aveva sul viso il suo più grande sorriso. FINE
Banano n. 2: Maison Dolce Maison
16 Agosto 2025
*** La serie inizia con "Banano e il Mercato Magico" *** Una bella mattina, Babba il Clown era impegnato a scolpire la facciata della Clown Maison con la sua motosega. Era un attrezzo insolito per rimodellare, ma non per Babba. Lui maneggiava una motosega come un incantatore di serpenti saprebbe ballare il tango con un cobra reale. Ma Babba era distratto. Questo non andava bene quando si usa una motosega. L’ultima volta che aveva sognato a occhi aperti mentre tagliava carote per la cena la sua testa mozzata era volata per la cucina ed era finita nel focolare. A Pepita il Clown c’erano voluti parecchi minuti frenetici per liberargli i capelli dalle fiamme. Poi gli aveva ricordato che senza il suo aiuto la testa bruciata gli avrebbe guardato per sempre all’indietro. Babba avrebbe fatto a meno del rimbrotto. Babba posò la motosega e ammirò il suo lavoro. L’ultima faccia di clown che aveva scolpito nella Clown Maison era un tocco di classe. Si intonava bene con le altre quarantasette facce di clown che aveva scolpito. Sì, la Clown Maison stava venendo bene. Clown scolpiti, demoni, gnomi e unicorni. Era davvero un castello degno di un re. Anche se era una Maison per la Famiglia dei Clown. Ma Babba non poteva passare tutto il giorno a ammirare il suo lavoro, aveva in mente altre cose. Babba entrò nella Clown Maison e gli occhi gialli gli caddero su Davy il Clown. “Perché il mio figliolo è impolverato di farina? Lo stiamo cuocendo come dessert?” Alice la NON Clown grugnì e gemette spingendo il barile per l’acqua piovana al centro della stanza. Fortunatamente era stato dotato di ruote per un’occorrenza del genere. Tirò un sospiro sotto la frangia, che ondeggiò e le ricadde sugli occhi. “Papà, l’hai fatto di nuovo” disse Alice. Rimproverò suo padre, “hai dimenticato di chiudere la finestra prima di metterti a scolpire e Davy ti stava guardando”. Babba cercò una scappatoia filosofica nella sua mente dimensionalmente limitata. “E tu non hai chiuso la finestra?” chiese Babba con le mani sui fianchi. Forse poteva scaricare la colpa su chi era veramente responsabile di aver inondato di polvere il suo prezioso angelo. Alice indicò la finestra chiusa. “L’ho fatto, ma non in tempo”. Prese Davy per le caviglie e lo inzuppò nel barile per la pioggia. Lo tirò su e lui ridacchiò. Lo immerse altre due volte e Davy e Alice risero come solo un fratello Clown e una sorella NON Clown potrebbero. Alice fissò il padre con gli occhi socchiusi: “La prossima volta ricordati di chiudere la finestra prima di scolpire la Clown Maison”. Babba annuì. Forse avrebbe dovuto chiudere la finestra, ma era stato rallentato dalla sua musa. Non era davvero colpa sua. La musa gli saltava addosso da dietro e in pratica avviava la motosega al posto suo. Sì, era così. Non era colpa sua. Non aveva avuto il tempo di pensare a finestre aperte e a marmocchi che venivano ricoperti di polvere. La musa aveva reclamato una faccia di clown e lui aveva risposto. Dopo tutto, nel profondo era un artista. “Moglie Pepita” chiamò Babba dalla cucina, “dov’è Banano?” “Esattamente dove l’hai lasciato” replicò Pepita. “E dove sarebbe?” “Nella Stanza delle Bambole, è ovvio” disse Pepita e aggrottò la fronte, “Marito Babba, sei talmente sbadato. Se non ti ricordassi dove hai lasciato la testa ogni volta che te la tagli, staresti sempre senza, sdraiato sul pavimento”. Babba sospirò. Sembrerebbe che non fosse immune alle seccature anche quando aveva la testa. “Ma stavolta non l’ho tagliata” protestò Babba. Aveva trascurato di dirle che quando aveva scolpito la faccia numero quarantotto era andata bene per un pelo. Pepita alzò un sopracciglio. “Ne sono certa” disse con un tono di voce particolare, “beh, vai di sopra a vedere che fa Banano”. Babba ignorò il suo sarcasmo e salì la rampa di scale con la sua motosega. Poi su per altre due rampe. Poi aprì una finestrella e si arrampicò sul cornicione. Poi strisciò su di esso finché arrivo a una porta esterna che un tempo era stata una porta interna. Babba sgusciò dentro la porta interna-esterna e fece la scala a chiocciola finché non ebbe un capogiro. Alla fine, raggiunse la Stanza delle Bambole. Fu incredibilmente scomodo. Se solo non avesse scolpito tutte quelle facce sull’Ala Est. Avrebbe avuto un’Ala Est ancora pienamente agibile, per non parlare di una scala interna e una porta per arrivare alla Stanza delle Bambole. Ma non aveva alcun senso piangere sul latte versato. Dopo tutto, aveva le sue facce di clown. “Banano, mio giovane amico” proclamò Babba, “è ora di fare un restyling!” Banano lo guardò con occhi blu scintillanti. Babba ebbe la certezza di aver visto un cenno di approvazione. Banano era nella sua nuova casa e quale momento migliore di questo per avere un restyling? “Stai fermo lì, Banano” disse Babba. Avviò la motosega e con un colpo deciso si tagliò via la testa. Il sangue schizzò addosso a Banano, o almeno così sperava Babba. Non riuscì proprio a vedere cosa stava accadendo perché la sua testa era caduta a faccia in giù. Brancolò alla cieca cercando con le mani la testa mozzata. “Mani” borbottò la testa mozzata di Babba, “vi ho sentite toccarmi i capelli. Un po’ più a sinistra”. Le dita di Babba pizzicarono a mala pena un filo di capelli. Per fortuna, la testa mozzata di Babba era insolitamente leggera e il filo di capelli non si spezzò. Due mani guantate gli tirarono su la testa e gliela rimisero sulle spalle. Con un colpetto del polso, Babba si avvitò la testa nella direzione giusta. O così sperava. Babba guardò Banano imbrattato di sangue. Il ragazzo era un capolavoro che neppure Hieronymus Bosch potrebbe superare. “Banano, ragazzo mio, fin qui tutto bene” disse. Babba cercò i suoi pigmenti più scuri e più pregiati e strisciò una sbavatura perfettamente diritta sul volto di Banano. “Ah!” esclamò Babba tenendo alte le mani insanguinate e fuligginose. “Sei perfetto! Vieni, Banano, è il momento di farti vedere alla Famiglia dei Clown”. Babba tornò sui suoi passi con Banano in braccio. Scendere per la scala a chiocciola non dava le vertigini come a salire. Le cose furono un po’ più complicate sul cornicione esterno ai resti dell’Ala Est, ma con passo sicuro come una capra di montagna Babba si mise in salvo dimenando le sue gigantesche scarpe da clown. Sgusciò dentro la finestrella e scivolò giù con un tonfo per le tre rampe di scale. “Ta-da!” annunciò Babba. “Vi presento Banano in stile Clown!” La Famiglia di Clown fece ooohhh e aaahhh. Banano era un capolavoro. Rosso scarlatto, bianco e nero. Babba era sicuro che Banano addirittura lo superasse in bellezza, il che era piuttosto impegnativo, considerato che Babba era un mostro come nessun altro. “Adoro il suo nuovo look” disse Pepita. Guardò suo marito con amore sanguigno. Si tenevano la mano attraverso la motosega. Pepita si passò un dito sul ghirigoro al naso e poi toccò Banano, “adoro specialmente la sbavatura diagonale che gli attraversa la faccia”. Babba aggrottò la fronte. “Cosa intendi per ‘diagonale’?” chiese, “gli ho macchiato la faccia con una linea nera diritta”. “No papà, non l’hai fatto” disse Alice. E sospirò, “a te sembra dritta perché ti sei avvitato la testa con un angolo di quarantacinque gradi”. “Allora è per questo che sto fissando l’angolo della stanza anziché Banano!” Babba si dette un rapido giro alla testa. “Ah! Molto meglio!” Babba guardò Banano con amore sanguigno. Sì, la sbavatura non era una linea diritta come aveva progettato, ma su di lui era ugualmente perfetta. Avvertiva una sensazione di scintillio proveniente da Banano e sapeva che il bambolotto era felice. Ora toccava a Banano lavorare alla sua speciale magia del sogno. FINE
Banano: Il Mercato Magico delle Cose Usate con Delicatezza
26 luglio 2025
Banano era un creatore di sogni, anche se alcuni potrebbero avere la tentazione di dire che non era altro che un bambolotto. Dopo tutto, era fatto di stoffa, di imbottitura e di plastica. Ma Banano era molto di più che l’insieme delle sue cuciture. Era davvero molto singolare. Anche se silenzioso in compagnia; quando nessuno guardava poteva comunicare facendo cadere palline o rovesciando tazze. E poteva parlare nei sogni come sanno fare solo le anime magiche. Da dove veniva Banano? Nessuno lo sa per certo, ma sappiamo quando Banano ha deciso di diventare un creatore di sogni. Sicuramente Banano potrebbe essere sempre entrato nel regno dei sogni, ma prima di incontrare la Famiglia dei Clown non aveva motivo di farlo. Poi un bel giorno, i Clown e Banano si incontrarono. Dunque, fatemi dire qualcosa sulla Famiglia dei Clown. C’era Pepita, il Clown dai riccioli diabolici, occhi stralunati, e ghirigoro sempre presente sul naso. Sì, il ghirigoro era molto importante, ma non chiedetemi perché. Almeno, non ancora. Pepita aveva voglia di molti colori diversi, ma il giorno in cui ha incontrato Banano era vestita di nero profondo e rosso sangue. Babba il Clown, marito amorevole di Pepita e armato di motosega. Aveva capelli rossi lisci e fiammeggianti, occhi gialli e viso a chiazze bianco e nero. Nessuno ricorda cosa indossava il giorno che ha incontrato Banano perché era stato schizzato col sangue. Ma su questo torneremo dopo. Davy il Clown, figlio loro. Con gli occhi blu e i capelli biondo dorato, era il ragazzo più bello. La sua risata contagiosa rallegrerebbe il cuore a chiunque. Era il genere di ragazzo che ogni genitore vorrebbe. Nessuno ricorda se lui ci fosse quando Pepita e Babba hanno incontrato Banano. Ma questo non conta molto, in quanto Davy e Banano sono diventati subito amici qualche tempo dopo. Poi c’era la loro figlia, Alice la NON Clown. Sì, una NON Clown in una Famiglia di Clown. Lo so che suona assurdo ma è vero. Aveva una corporatura snella, un sorriso timido e una frangia perfetta che le pendeva sugli occhi. Era molto carina. Neppure Pepita e Babba potevano eguagliare la sua bellezza. E i Clown erano molto belli, se vi piacciono i mostri e i demoni. Ma ho divagato... Un bel giorno, Moglie Pepita e Marito Babba fecero un giro al Mercato Magico delle Cose Usate con Gentilezza. E può darsi che Davy fosse con loro, nessuno se lo ricorda. Ma non Alice la NON Clown. Lei non ci andò. Di questo siamo certi. Comunque, il mercato poteva non sembrare spettacolare, ma in realtà lo era. Era pieno di cristalli, gingilli e cose magiche come unicorni rosa, capre che viaggiavano nel tempo e piccioni che sapevano recitare il Kama Sutra al contrario. Mentre si facevano strada nel pieno della calca, Pepita e Babba (e forse Davy, ma non Alice) si ritrovarono completamente imbottigliati come un turacciolo nel verso sbagliato. Normalmente, in simili circostanze Pepita avrebbe preso la motosega di Babba e si sarebbe aperta un varco. Il sangue che schizza e gli arti che volano erano piuttosto caotici, ma il sentiero attraverso la foresta di corpi era molto vantaggioso. Proprio mentre Pepita stava per tirare la corda di avviamento, Babba (o forse Davy, ma senza dubbio non Alice) indicò un uomo insolito. Era di carnagione scura, affascinante nella sua aria malinconica. Babba dette una gomitata a Pepita. “Moglie Pepita” disse Babba. “Cosa pensi di lui?” Pepita posò la motosega tagli-arti. “Marito Babba, sembrerebbe un incantatore. O anche un mago”. Babba annuì. Poi inarcò un sopracciglio. “Pensi che abbia qualcosa che ci serve?” “Intendi una catena di scorta per la motosega taglia-arti?” chiese Pepita. “No” disse Babba, “pensavo a qualcosa di più magico”. Pepita si passò un dito sul ghirigoro al naso. “Suppongo che ci sia un solo modo per scoprirlo”. Babba e Pepita, e forse Davy, ma di certo non Alice, si avvicinarono all’uomo misterioso. “Ehilà, venditore di articoli magici" disse Pepita, “qual è il tuo mestiere?” “Gitano” rispose. “Hm” disse Pepita, “non è un gruppo etnico?” “E’ anche quello” disse il Gitano, “a noi Gitani piace ricoprire più ruoli”. Pepita e Babba si guardarono a vicenda e scrollarono le spalle. Quella del Gitano era una risposta come un’altra. Perché un Gitano non potrebbe essere sia un gruppo etnico che un mestiere? Ma ho divagato... “Cosa ci puoi far vedere, bel Gitano, signore” chiese Babba. “Forse vi può interessare un pavone meccanico che risorge dalle ceneri” disse il Gitano. “Vuoi dire una fenice?” chiese Pepita. “E’ anche quello” disse il Gitano. Pepita e Babba si guardarono a vicenda e scrollarono le spalle. Quella del Gitano era una risposta come un’altra. Gli occhi gialli di Babba guardarono il carretto magico. “Cos’altro ci puoi far vedere?” “Che ne dite di un braccialetto che viaggia nel tempo?” Il Gitano allungò un lungo bracciale in ottone con un orologio, ingranaggi, bobine e strane fiale di liquidi variopinti. “Quanto può andare indietro nel tempo?” chiese Babba. “Sei minuti” disse il Gitano. “Ne abbiamo già uno che va indietro di sette minuti” disse Pepita. Si tirò un ricciolo rosso fiammante, “non hai qualcos’altro?” Il Gitano indicò un’ampia rastrelliera. “Ho queste bambole”. “Cosa fanno?” chiese Babba. I suoi occhi gialli scorsero sulla porcellana, il tessuto e le facce dipinte. “Dipende” disse il Gitano. “Dipende da cosa?” chiese Pepita. “Dipende da cosa vuoi tu” disse il Gitano. Pepita guardò Babba. I suoi occhi gialli incontrarono gli occhi spaiati, incrociati a spirale di lei. Pepita si passò un dito sul ghirigoro del naso. “Cosa ne dici, Marito Babba?” Babba annuì. “Moglie Pepita, penso che dovremmo prenderne una” la guardò con amore sanguigno. Si tenevano la mano tramite la motosega. “Sig. Gitano, prendiamo una bambola!” annunciò Pepita. Per festeggiare accese la motosega e la fece roteare tagliando accidentalmente la testa di Babba. Ma niente paura, Babba era molto abile a riavvitarla. Se il Gitano venne turbato dall’improvvisa decapitazione, non lo diede a vedere. Neppure dopo che era stato schizzato dal sangue. “Quale bambola?” chiese. “Sono indecisa” disse Pepita. Curiosò, “Marito Babba, dove sei andato?” “Moglie Pepita, la mia testa staccata è quaggiù”. “Dove?” “E’ rotolata sotto la bancarella”. Pepita pescò qua e là sotto le doghe di legno e tirò fuori la testa insanguinata. La sollevò per guardarlo amorevolmente negli occhi gialli. “Marito Babba, che bambola dobbiamo scegliere?” “E’ difficile dirlo mentre guardo i tuoi bellissimi occhi spaiati” disse la testa staccata di Babba. “Oh, giusto” Pepita girò la testa gocciolante di sangue verso le bambole, “ecco qua”. “Quella” disse la testa staccata di Babba. Sebbene potesse soltanto indicare con gli occhi, il Gitano capì. “Ottima scelta” disse il Gitano. “Come fai a saperlo?” chiese Pepita. “Perché l’ha scelta tuo marito” rispose il Gitano. Pepita guardò la testa staccata di Babba con amore sanguigno. Babba l’avrebbe abbracciata ma non sapeva dove gli fossero andate le braccia. “La prendiamo” disse Pepita. “Quanto?” chiese la testa staccata di Babba. “Dieci pezzi d’oro” disse il Gitano. “Sembra un affare” disse Pepita con una nota particolare nella voce. La testa staccata di Babba ignorò il sarcasmo di Pepita. “Sig. Gitano” chiese, “come si chiama la bambola?” “Ah” disse il Gitano, “ora è questa la domanda. Ma non è una domanda che potete rivolgere a me. Dovete chiederlo alla bambola”. Pepita e la testa staccata di Babba si guardarono a vicenda. Il Gitano era veramente saggio. “Marito Babba” disse Pepita, “pagalo”. “Moglie Pepita, lo farei se potessi, ma il mio corpo giace a terra da qualche parte dietro di me”. La testa staccata di Babba cercò di ruotare gli occhi per guardare dietro ma gli occhi riuscivano solo a guardare in alto. “Marito Babba, perché guardi il cielo?” chiede Pepita. “Non lo faccio” disse la testa staccata di Babba, “stavo cercando di indicare dietro di me, ma è piuttosto difficile quando non si hanno le braccia”. “Ci sta” disse Pepita. Gli mise la testa tagliata fra le mani che si dimenavano. Babba si riavvitò la testa con una torsione. “Moglie Pepita, perché vedo soltanto ciottoli?” “Ti sei avvitato la testa al contrario” sospirò Pepita, “se non ti ricordassi io come riavvitarla correttamente, saresti sempre a guardare dietro di te. O a fissare i ciottoli”. Babba si dette un giro alla testa di centottanta gradi. “E’ molto meglio”. Si alzò e mise la mano nella borsa. Babba contò dieci pezzi d’oro. “Grazie” disse il Gitano. Babba sollevò la bambola. “Bene, mio bel ragazzo, come ti chiami?” appoggiò l’orecchio alle labbra immobili della bambola. Babba chiuse gli occhi. Pochi istanti dopo annuì. “Banano. Il nome della bambola è Banano”. Pepita carezzò la testa alla bambola con amore sanguigno. “Banano”. Con Banano in braccio, Pepita e Babba (e forse Davy, ma di certo non Alice) camminarono verso il tramonto. O tentarono di farlo, perché c’era troppa gente in strada che sbarrava loro il passaggio. Pepita avviò la motosega. Ma questa storia è per un’altra volta. FINE Ringrazio tanto Pepita, Babba, Alice e Davy. Grazie a Camilla per il braccialetto che viaggia nel tempo. E un ringraziamento molto speciale a Banano, il creatore di sogni.
Più che Morto
17 luglio 2025
Sono morto. E’ quello che mi hanno detto quando mi hanno portato qui. Non è stato un viaggio lungo, ma è durato abbastanza da farmi pensare che avessero ragione. Non sento il battito del cuore, né le pulsazioni. Ho provato a respirare sul retro argentato del mio orologio quando mi è passato davanti ma non ho visto l’umidità aderire all’acciaio. Con mio gran sollievo, ho visto che proiettavo un’ombra. Potreste pensare che proiettare un’ombra è uno strano sollievo, ma un conto è essere morto, un altro è essere un vampiro. Mi sono chiesto se potessi essere uno zombie. Ho guardato l’uomo in piedi di fronte a me, ma non ho avuto fame. Anche questo è un piccolo premio di consolazione. Potete immaginare di mangiare il cervello a qualcuno? Nei film è bello, ma se ti trovi seduto a fissare l’uomo accanto a te – voglio dire, a fissarlo davvero – ti puoi immaginare mentre gli mangi il cervello? Che pensiero orribile! Potevo escludere di essere uno zombie o un vampiro. Era un buon inizio, ma non era abbastanza. La morte solleva una domanda molto importante: e adesso? Non posso essere morto per sempre, vero? Il mio pensiero è una contraddizione, un ossimoro, o una semplice sciocchezza? E’ difficile dire quali regole grammaticali si applichino nella morte. Si applicano tutte? Solo alcune? Quali? Come ho potuto credere di comprenderlo ora? Ho guardato l’uomo nella stanza ma non sono sicuro che mi veda davvero. Sono sicuro che vede qualcosa di me, ma ora per lui non sono altro che un corpo. In un certo senso non mi pare giusto. Se sono morto, allora devo essere qualcosa di più. Non nego che la maggior parte di me sia inerte, ma adesso c’è qualche altra parte di me che ha preso il via. Prima di essere morto avrei creduto che dopo la morte sarei stato di meno. E’ piuttosto piacevole avere improvvisamente realizzato che sono di più. Ma come faccio a comunicare che sono ‘di più’? Immaginavo che il passo più logico fosse chiamare l’uomo a gran voce e dire: “Adesso che sono morto sono qualcosa di più”, ma le labbra non si volevano muovere. Ho cercato di alzare un dito, ma non ho avuto fortuna. Strizzare l’occhio sarebbe dovuto essere piuttosto facile, ma le palpebre non rispondevano ai miei comandi. Intanto che l’uomo lasciava la mia visione periferica, sentivo crescere la frustrazione. Anche se ero di più, come potevo comunicarlo al mondo? “Salve!” “Oh, salve. Da dove sei venuto?” “Da laggiù”. “Da dove?” “Da laggiù.” “Oh, capisco. Aspetta, tu mi vedi! Quell’uomo mi vede, ma non mi vede davvero, se sai cosa voglio dire”. “Io so esattamente cosa vuoi dire”. “E’ un tale sollievo. Ma per favore, sii onesto. Riesci davvero a vedermi?” “Oh, sì, ti vedo davvero molto bene. Dopo tutto, sei di più”. “Sì, sì, sono di più. Sono felice che finalmente qualcuno lo riconosca! Non hai idea di come possa essere non sentirsi apprezzati”. “Resteresti sorpreso. Tutti noi ci siamo sentiti in quel modo almeno una volta. Non è facile essere di più”. “Noi? Ci sono altri di noi che sono di più?” “Ce ne sono molti altri”. “Li posso incontrare?” “Certo che puoi. Vieni con me. E’ ora che tu diventi più che morto per sempre”.
Fuoco Fatuo
15 luglio 2025
La fortuna appartiene ai giovani e ai pazzi, diceva mio padre. Io non sono né l’uno né l’altro, perciò non potevo far conto di attraversare la palude di corsa sperando che i fuochi fatui non mi catturassero. Dovevo stare attento a ogni passo che facevo, audace ma agile. Nella palude avrei dovuto adottare il passo di un gatto soriano, che suona tanto improbabile, considerato che ai gatti non piace bagnarsi. Ma era ciò che pensavo facendo delicatamente un passo dopo l’altro, con la testa che ruotava per intravedere un fuoco fatuo. Mio padre diceva che i fuochi fatui non avevano sempre occupato la palude. Penso a tutti i vecchi pericoli. Sembra che siano stati tutti lì dall’inizio dei tempi. Vecchie storie senza alcun inizio. Racconti vaghi e vischiosi come tentacoli di medusa. Ma non con i fuochi fatui. I fuochi fatui non erano sempre stati lì, diceva mio padre quando ero un ragazzo. Mi ha detto che si ricordava di avere attraversato la palude senza nient’altro che stivali di pelle cerata alti fino alla coscia, una lanterna e un bastone. Mi ha detto come anche suo padre diceva che i fuochi fatui non avevano cattive intenzioni. Eppure un giorno i fuochi fatui presero mio nonno nella palude. Accadde prima che nascessi. Sono cresciuto col terrore dei fuochi fatui, tremando dinanzi alle forme fievoli e indistinte che si libravano sulla palude. Non sembravano malvagie, con il loro languido muoversi come semi di pioppo alla brezza primaverile. Era quasi impossibile vedere i fuochi fatui di giorno ma la loro luminescenza confusa si scorgeva facilmente dopo il tramonto. Da allora in poi, tutti gli attraversamenti dovettero avvenire di notte. Mio padre diceva che in tanti erano contrari. Molti dicevano che l’attraversamento notturno violava la nostra antica religione. Ripresi i miei sensi. Era pericoloso sognare a occhi aperti durante un attraversamento. Probabilmente ero ormai a metà della palude. Non c’erano marcatori perché durante la notte la palude aveva inghiottito qualsiasi cosa ci avessimo picchettato. Mio padre diceva che era opera dei fuochi fatui ma io lo trovavo strano visto che non avevano forma. Niente mani per afferrare, nessun materiale per togliere picchetti nelle zone umide. Eppure in qualche modo tutti i segnali durante la notte sparivano. Era previsto di contare i passi, ma non funzionava mai quando dovevi schivare zolle di terra, radici intrecciate e, ovviamente, i fuochi fatui. I fuochi fatui erano lenti e insensibili al vento, sicché era facile schivarli. Ma il loro movimento tortuoso faceva sì che la traversata richiedesse un percorso diverso a ogni mio passaggio. L’unico modo per sapere dove mi trovassi nella palude era arrivare abbastanza vicino alla sponda dell’altro lato e usare le torce da nebbia come guida. Ero esausto per il peso del dono sacro legato alla schiena. Si era tentato di alleviare il peso con chiatte e zattere, ma avevano provocato la sparizione di troppi uomini. Erano possibili soltanto passi faticosi, lenti e cauti. Con un po’ di fortuna, era forse possibile attraversare la palude in poche ore. Ma la fortuna era solo per i giovani e per i pazzi. Non sono mai stato fortunato, perciò attraversare significava un viaggio di tutta la notte con il terrore di non farcela prima dell’alba. Non c’era periodo più pericoloso del sorgere del sole, quando i fuochi fatui diventavano completamente invisibili controluce. Ho visto un fuoco fatuo venire verso di me. Un turbinio scintillante, fluttuante e indefinito. Con la luna nuova il fuoco fatuo si vedeva meglio e mi dava tutto il tempo di cambiare percorso. Ma nello spostarmi di lato, fissavo la sua foschia. L’oggetto che danzava era di una bellezza infinita. Non vedevo come potesse essere pericoloso; era luce che scintillava e brillava, calda e dorata. Ero talmente vicino che potevo quasi toccare il fuoco fatuo. Potevo parlare con il fuoco fatuo. Mi ascoltava e lo sentivo parlare nella mia mente. Unisciti a me! Unisciti a me! Ha chiamato. Sono tuo nonno, il Fuoco fatuo! Non avere paura e attraversa con me! Mio caro nipote, bentornato a casa!
Il Tempo è l'Anima
03 luglio 2025
Sì! Sì! E’ un successo!” l’artista alzò i suoi attrezzi in segno di trionfo. “Un gran successo, ti dico!” “Come fai a sapere che è un successo?” il rugoso scienziato scrutò attentamente la creazione. “Cos’altro potrebbe essere?” “Un fiasco”. L’artista guardò il collega a bocca aperta e arricciò il labbro, sdegnato. Questo era tutto ciò che puoi ottenere da uno scienziato, pensò. Bianco o nero. Uno o zero. Sinistra o destra. Gli scienziati non riuscivano mai a capire gli artistici spazi intermedi in cui vive il resto del mondo. No, facevano tutti i loro calcoli e quando avevano finito si aspettavano che uno più uno facesse tutte le volte due. E poi due più due doveva fare quattro. Ma il mondo non funzionava solo così. Ancora una volta, toccava a lui spiegarlo. “Non lo vedi?” Mise gli attrezzi nel grembiule e tirò la manica dello scienziato. “Inclina la testa e guardalo”. Lo scienziato aggrottò la fronte. “Sembra uguale”. L’artista sbuffò. “Non ci provi nemmeno! Vieni qui. No, qui”. Dette uno strattone al braccio dello scienziato e lo guidò fino a un segno sul pavimento. “Esatto. Mettiti qui e inclina la testa ora”. “La mia testa è inclinata”. “No, devi inclinarla di più, non vedi? In questo modo”. L’artista inclinò la testa all’estremo e gesticolò allo scienziato. “Lo vedi come faccio io? Fai lo stesso. Sì, esatto. Ora cosa vedi?” Lo scienziato si massaggiò il collo. “Vedo la stessa cosa. Un fiasco”. L’artista infilò la mano nel grembiule, afferrò gli attrezzi e li gettò sulle piastrelle imprecando. “Non ci provi nemmeno a vedere cosa vedo io!” “Questo perché io devo vedere cosa c’è realmente”. Lo scienziato posò una mano sull’opera d’arte. “Deve reggere alla prova del tempo. E questa non lo farà”. L’artista afferrò lo scienziato per le spalle e lo scosse con forza. “Come puoi dire questo? Non capisci neppure che cosa è il tempo!” “Certo che lo capisco”. Lo scienziato lanciò un’occhiata compiaciuta all’artista. “Il tempo è un periodo misurabile in cui si verifica un oggetto oppure un’azione”. “Bah! Insensato!” L’artista agitò le braccia. “Il tempo non è niente del genere! Tu non hai un’anima! Per questo non riesci a capire il tempo!” “L’anima non esiste”. “Ora sembri stupido. Completamente ridicolo! Quando ho detto che non hai un’anima stavo solo scherzando. Ovviamente hai un’anima!” L’artista camminava avanti e indietro e sbraitava. “Come potrei aver creato questo se non avessi un’anima? Come avresti potuto criticare ingiustamente questo capolavoro se tu stesso fossi solo un ingranaggio di una macchina?” “E’ tutto ciò che siamo”. Lo scienziato chinò il capo alle invisibili leggi universali che li trainavano. “Siamo soltanto rotelle e ingranaggi”. “No, idiota senza cuore! Siamo molto più di quello!” L’artista si coprì il viso con le mani callose e sussurrò: “come posso farti capire?” L’artista camminò avanti e indietro agitando le braccia sopra la testa. Si fermò e si masticò un’unghia. Poi si morse il pollice. Poi trasalì dal dolore e sfilò avanti e indietro. L’artista pensò che tutto fosse così inutile. Gli scienziati erano semplicemente troppo ottusi per capire l’anima, o il tempo, per non parlare di cogliere il suo capolavoro. L’artista si sentì pressato sotto un blocco di granito con una scintilla che gli scuoteva la mente. Tutto a un tratto si fermò e alzò il dito indice. “Ci sono!” trionfò l’artista. “So come farti capire!” “Come?” L’artista ghignò selvaggiamente mettendo la mano sul capolavoro immateriale e urlò con intensità scarlatta.
Sto Parlando a Te
25 giugno 2025
Tu, caro lettore, stai leggendo la mia vita. Dunque, io ti parlerò, solo a te e soprattutto a te. Tu chiedi perché “soprattutto”? Caro lettore, potrei parlare solo a me stesso, come ho fatto già tante volte. Ma oggi parlerò a te. A te, l’uomo seduto sulla panchina verde al parco con un cane ai suoi piedi. A te, la donna raggomitolata nel letto, le luci abbassate e una fragola ricoperta di cioccolato stretta colpevolmente fra le dita. Parlo a te, l’adolescente che viaggia in metropolitana con un auricolare che casca solo perché non si adatta al suo orecchio. Parlo a te, la ragazza che sta da sola nel cortile della scuola perché pensa di non avere amici. Che c’è di così speciale nella mia vita di cui ti possa parlare? Beh, non sono più tra di voi. Ah, dici tu, sei morto. No, ti rispondo, non sono morto. In effetti, non sono mai stato più vivo di così. Ma come, chiedi tu, se non hai un corpo? E cosa ha a che fare un corpo con la vita? Rispondo io. Qui ti fermi e rifletti. Qui ti domandi se l’uomo che è vivo ma anche morto possa avere ragione. Ti chiedi se per essere vivo hai bisogno di un corpo. Ti chiedi se per essere morto hai bisogno di un corpo. Arrivi alla conclusione che ne hai bisogno in entrambe le condizioni. Adesso mi vedi scuotere la testa che non ho e stringere labbra invisibili. Vedi, ti sbagli. So cosa ti stai dicendo. Che fantasma presuntuoso! Come osa questo presuntuoso fantasma dirmi che sulla vita e sulla morte ne sa di più solo perché è trapassato? Ah, ti dico, ma io non sono morto, vero? Eccomi qua, a dirti queste parole silenziose e tu sei lì che le leggi una a una. Riga per riga. Paragrafo per paragrafo. Divorando tutto ciò che ho da dire. Mi stai mandando in confusione! Urli. Come, chiedo. Dici cose che non hanno niente a che fare con la vita e la morte, corpo o non corpo. E’ vero. Forse scherzo ma, ti assicuro, non rido di te. Perché io, caro lettore, sto solo dicendo ciò che è vero dall’abisso scuro e lattiginoso che è l’aldilà. Sei ancora scettico. Un abisso scuro e lattiginoso, pensi. Questo è un ossimoro, un modo vigliacco di raggirare, dichiari. Ah no, caro lettore, rispondo. Questo è luce e purezza nel caos e nell’oscurità. Questo è l’inizio, perché ora anch’io sono l’Alfa e l’Omega. Caro lettore, ti sto aspettando. Ho pazienza perché in me c’è l’infinito.
Albero Dei Sogni
19 giugno 2025
Ero così stanco per gli sforzi della giornata che non ho potuto fare a meno di appoggiare la testa. Le radici nodose e scoperte erano una culla inaspettata per le mie ossa doloranti. Quando mi sono trascinato e appoggiato all’albero, il mio corpo si è rilassato. Pensavo che avrei solo guardato il tramonto, ma accoccolato fra le radici mi sono ritrovato con gli occhi pesanti e la testa ciondolante. Mentre i raggi obliqui del sole mi scaldavano il viso, mi sono addormentato ai piedi del grande faggio. Sono stato pervaso dalla sensazione di condividere un sogno con l’albero. Sapevo di essere addormentato mentre l’albero mi infondeva la sua natura. Ho sentito che mi toccava con delicatezza la coscienza nel profondo della mente. Il faggio ha mantenuto la sua forma familiare, con la corteccia grigio-argento e le foglie verde scuro. Nel sogno l’albero aveva un inaspettato profumo di miele dorato che acuiva le mie percezioni. L’albero mi lasciava sentire gli uccelli scompigliarmi i capelli e i lombrichi dimenarsi tra le dita dei piedi. Sentivo scorrere la sua linfa nelle vene mentre spingeva la chioma sempre più in alto. Più dormivo profondamente, più il grande faggio condivideva. Il faggio permetteva che le stagioni mutevoli mi travolgessero. Autunno fresco, inverno gelido, primavera tiepida ed estate afosa. Il faggio non pronunciava mai una parola nella mia mente, ma mi conduceva per mano, i suoi rami mi accarezzavano mentre fluttuavo in avanti. Faceva cadere le foglie nel prato accanto a uno scoiattolo che saltellava. Puntava i rami spogli verso il terreno ghiacciato alle sue radici. Tendeva le gemme verso il cielo per mostrarmi una farfalla che fluttuava. Agitava le foglie per attirare la mia attenzione su un cervo che beveva a grandi sorsi dal ruscello. Mi sono svegliato più riposato di quanto non fossi stato per anni. Non c’era stanchezza nelle mie membra e la mia mente era lucida. Ho ringraziato l’albero appoggiando una mano sul tronco liscio e ho attraversato il prato per tornare alla macchina. Mi sono voltato spesso, sperando di vedere un cenno di riconoscimento dal faggio gigante, ma è rimasto silenzioso e vigile al limite del bosco. Per anni mi sono chiesto cosa avesse voluto dirmi l’albero. Stagione dopo stagione ci sono tornato, ma nessun pisolino sul suo tronco mi ha portato altri sogni condivisi. Col tempo la mia perplessità è cambiata in accettazione. Ho accolto l’idea che l’albero in quel momento avesse semplicemente desiderato condividere la sua vita con qualcuno. Quando torno a visitare il faggio, appoggio la mano sul suo tronco e gli rivolgo un silenzioso ringraziamento per essere stato il prescelto.
Risposte dalla Morte
14 giugno 2025
Ho fissato la lapide più intensamente possibile. A dispetto dei miei sforzi, non potevo rompere il granito né fare in modo che il terreno si sollevasse e si deformasse. Era tutto a posto, placido come il crepuscolo. C’erano risposte nella profondità del luogo di riposo. Il difficile era tirarle fuori. Una volta ottenute le risposte, ero sicuro che avrei saputo cosa farne. “Non otterrai risposte da lì”. “Come fai a sapere che sono in cerca di risposte?” “Lo so e basta. Ma stai cercando nel posto sbagliato”. Ho ignorato l’avvertimento e sono rimasto a guardare fisso. Se non avessi trovato risposte dall’aldilà, dove altro avrei potuto trovarne? Questo mondo dei vivi ci ha dato solo mezze verità e confusione. Ma non avrei cercato altrove. Avrei cercato dove sapevo che avrei trovato le risposte di cui avevo bisogno. “Stai ancora aspettando e guardando fisso. Come ho detto, per te non ci sono risposte lì”. “Non sto sperando. E perché continui a dire che cerco risposte?” “Le vuoi. Come ho detto, io lo so”. La lapide ha continuato la sua silenziosa veglia sul mondo dell’oltretomba. Era testarda e stoica. Perfino l’erba ai suoi piedi aveva un bagliore di acciaio. Come milioni e milioni di riccioli che si sono tenuti strette le risposte. Ogni cosa nel sepolcro sembrava dire che avrebbe mantenuto i suoi segreti. Era un caveau senza combinazione. Era imperturbabile al mio sguardo. “Non ti arrendi facilmente, vero?” “Perché dici ˈnon ci sono risposte per te lìˈ?” “Ho attirato la tua attenzione, vero?” Forse non c’erano risposte per me lì, ma sapevo che era il posto giusto. Dunque, dov’era il problema? Avevo paura di non poterci entrare o temevo di non trovarci niente se lo avessi fatto? Forse avevo paura che dopo tanto cercare non avrei trovato niente. Forse non volevo sapere davvero cosa accadeva dopo. “Ora dovresti smetterla. Più tardi ti renderò tutto più facile”. “Quanto più tardi?” “Non dovrebbe volerci tanto. Fidati, queste cose le so”. I suoi strani dinieghi mi hanno dato speranza. Ha cercato di dissuadermi ma adesso sapevo che mi trovavo dove sarei dovuto essere. Volevo allungare le braccia verso la lapide per sentire la sua ruvida superficie. Lì c’erano risposte, adesso ne ero sicuro. Avevo solo patito un momento di debole panico a pensare che non avrei trovato niente. Ero certo che avrei trovato qualcosa. “Sei duro come le pietre. Forse avrai le tue risposte, dopotutto”. “E’ il momento?” “Sì, è il momento. Vieni con me”.
Per Sempre
12 giugno 2025
Il pavimento si è sollevato e ho avuto paura. Non sarebbe dovuto accadere, si suppone che i pavimenti restino dove sono, solidi come granito, o immobili come la caparbia volontà di mio fratello. Ma non in questo caso. Chissà come, il pavimento si è diviso e si è spinto in alto come dita delle mani che cercano di rappresentare un campanile. E’ singolare vedere un pavimento che tende verso il cielo come una montagna. Ed è anche terrificante. Mi sono chiesto che fare. Non avrei potuto girare intorno al cumulo crepato, ma avevo troppa paura a scalare la vetta. E se fossi caduto tra le crepe e nel terreno? Chi avrebbe udito le mie grida? Qualcuno avrebbe scritto il mio epitaffio e si sarebbe ricordato di me? Ero lacerato da questi pensieri, ma non potevo rimanere per sempre dov’ero. Lo strano concetto di ˈper sempreˈ. Penso che sia soltanto una convenzione comune per avere meno paura della morte. “Non esiste un ˈper sempreˈ”, ho pensato. E dato che avevo molta paura, un ˈper sempreˈ sarebbe potuto esistere. Mi è successo ogni volta che ho avuto paura. Avrei avuto in testa pensieri strani e confusi. Mi sono avvicinato alla sporgenza e l’ho fissata per ciò che è sembrata un’eternità. Sì, sì, lo so che non c’è niente di eterno. Ma fingere che esista un per sempre mi calma. Ho sentito che funzionava. Non avevo così tanta paura di quell’imponente cumulo di pezzi che era il pavimento. Non sembrava così minaccioso adesso che avevo una convinzione più forte nel per sempre. Magari non abbastanza forte da farmi arrampicare sopra il cumulo, ma abbastanza almeno per cominciare. I miei primi tira e molla sono stati imbarazzanti. I bordi che da sotto sembravano regolari erano frastagliati. Ho cercato di stare molto attento ma non ho potuto evitare di tagliarmi. Le piastrelle rotte mi hanno tagliato i palmi e le dita e lacerato gli stinchi. Ho deciso che sarebbe stato scaltro riposarmi, sicché mi sono addossato a una sporgenza che era un bel luogo per vedere il tramonto. Ho fatto caso soltanto dopo non c’era sole, era tutto grigio con una cauta luce fioca. Ho sentito che la vertigine della paura prendeva il sopravvento, ho chiuso gli occhi e ho detto “per sempre è per sempre, puoi credere al per sempre”. E’ appena bastato a fermare le onde e ho proseguito il mio viaggio verso l’alto. Le mie mani hanno toccato la vetta. Non ero sicuro di come sapessi di esserci arrivato ma sentivo che c’ero. Il difficile sarebbe stato rimanere in piedi, ma era l’unico modo di andare oltre. Ho chiuso gli occhi e ho pensato al ‘per sempre’. Mi tremavano le gambe quando mi sono sentito in piedi, in bilico sulla cima. Sapevo che avrei dovuto aprire gli occhi o non ce l’avrei fatta. Mi sono sentito precario come sull’orlo di un abisso. Non c’era vento ma qualcosa mi sferzava, silenzioso e immenso. Immenso, ma non eterno. Enorme ma transitorio. Ho raccolto tutto il coraggio e ho aperto gli occhi nella speranza che avrei visto l’eternità.
Il Merlo
9 giugno 2025
Il vecchio si lasciò cadere sulla sedia e sospirò. Era quasi il crepuscolo di inizio estate e il sole era basso nel cielo. Finì di inserire il tabacco nella pipa e prese i fiammiferi. Innescò la fiamma e tirò per far prendere fuoco al tabacco. Lo compresse per farlo accendere una seconda volta, inspirò profondamente e il fumo gli fluttuò dal naso. Proprio mentre soffiava al suo ritmo preferito, il vecchio alzò lo sguardo con un sopracciglio sollevato e suo nipote gli passò accanto arrancando silenziosamente. “Ragazzo mio, cosa c’è che non va?” disse. Il ragazzo si fermò e scrollò le spalle. “Nulla, nonno”. Il vecchio si batté sul ginocchio con la mano libera. “Vieni un minuto qui.” Il ragazzo si chinò in avanti e il vecchio lo prese per mano. “Giornata difficile a scuola?” Il ragazzo abbassò gli occhi con imbarazzo. “C’è un ragazzo che si prende gioco di me”. “Capisco”. Il vecchio inalò a fondo e soffiò il fumo sopra la testa del ragazzo. Fece un sorriso ironico al nipote. “Si sta facendo tardi e ti dovresti preparare ad andare a letto”. Gli mise un dito sotto al mento. “Ma, prima di lavarti i denti, vorresti sentire una storia?” Il ragazzo annuì. “Certo, nonno”. Il vecchio sbuffò con indolenza e si sistemò sulla sedia. “Tanti anni fa, ero in giardino a pulire prima di buio. Nel rientrare in casa, ho messo paura a due merli che stavano appollaiati sull’albero di limone”. Accennò al vecchio albero centenario sul retro fuori dal portico. “La femmina ha svolazzato in cerchio prima di sparire tra le foglie, il maschio è volato sul tetto. Il merlo maschio ha iniziato a cinguettare furiosamente”. Il vecchio sorrise. “Ora, io non capivo cosa diceva, ma vedevo che era arrabbiato e sapevo il perché”. Il vecchio fece una pausa, guardò il nipote e con pazienza soffiò fuori il fumo. Il ragazzo inclinò la testa e stette in silenzio un momento. Scrollò le spalle. “Perché era arrabbiato?” Il nonno sospirò è strizzò le guance al nipote. “Beh, pensaci. A dire il vero può esserci soltanto un motivo. Facevano il nido e io ho invaso il loro territorio”. Il ragazzo corrugò le sopracciglia. “Ma il giardino è tuo”. Il nonno fece una smorfia e borbottò: “penso che ti serva più di una lezione, ragazzo mio”. Scosse la testa. “Così, mi sono allontanato con cautela e con la coda dell’occhio ho guardato l’albero di limone. Era buio, ma mi è parso di intravedere qualcosa. Sono rientrato in punta di piedi, ho preso la torcia e ho esaminato l’albero a distanza. Senza dubbio, la femmina mi stava osservando attraverso le foglie dal nido intrecciato da poco”. Il vecchio indicò l’albero di limone. “Era basso al punto che avrei potuto allungare la mano e afferrarlo”. “L’hai fatto?” Il ragazzo allungò il collo guardando l’albero. “No, sono rientrato con precauzione”. Prese le mani del ragazzo: “voglio che pensi a cosa facevano i merli”. Il ragazzo alzò lo sguardo sul nonno e per la gioia del vecchio rispose saggiamente: “stavano difendendo il nido da te”. “Esatto!” Il vecchio ridacchiò. Il maschio ha cercato di distrarmi perché non vedessi e la femmina ha preso posto nel nido per difendere le uova”. Il ragazzo annuì lentamente. Guardò l’albero di limone e poi si voltò per fissare il nonno. “Hai detto che il nido era basso, avresti potuto prendere le uova”. I suoi grandi occhi castani erano imperturbabili. “Cosa avrebbero potuto fare due piccoli merli per fermarti?” “Nulla, ragazzo mio”. Il vecchio lo abbracciò stretto. “Ciò che importava era che restarono fermi al loro posto. Con quell’unico gesto di coraggio si sono guadagnati il mio affetto e la mia ammirazione”. Il ragazzo annuì e si voltò ancora a guardare l’albero di limone che ora scoppiava di frutti estivi. Il vecchio lo osservò con attenzione, certo che le rotelle girassero nella sua giovane mente. Abbracciò ancora il nipote e fu contento di sentire che le piccole braccia del ragazzo lo stringevano con forza. Lasciò andare il nipote, che fece un gran sorriso e lo salutò andando a casa. Il vecchio tirò a fondo dalla pipa con un grugnito soddisfatto e il suo sguardo si perse nell’albero di limone.