Steampunk Professor Davies
Ho iniziato questa serie per i miei amici del gruppo di cosplay Steampunk Evolution dopo una discussione sulla situazione mondiale. Quando mi sono messo a scrivere, non avevo alcuna idea, se non quella di un tema pacifista con un professore in grado di viaggiare nel tempo. È così che è nato Allister Davies. La serie è ancora in corso, ma senza una tempistica precisa. Tratto ogni capitolo come se fosse un racconto breve. Scrivo senza avere idee in mente e cerco di riprendere da dove avevo interrotto senza rileggere i capitoli precedenti.
Buona lettura.
Storie di Steampunk – Allister Davies n. 7 – Automa
11 Aprile 2026
*** La serie inizia con "Allister Davies n.1: Londra in Fiamme" *** L’automa aprì gli occhi. Le iridi grossomodo dipinte di blu fissavano dritte davanti a sé. La meraviglia meccanica rivolse in alto la liscia testa brunita e guardò il soffitto. Lentamente, con un cigolio udibile, guardò a sinistra, poi a destra. Il collo tartagliò verso il basso e la testa si inclinò per guardare Allister Davies che era senza parole. “Sono completamente cieco” disse una voce metallica distorta, che usciva dalla fissa imboccatura di bronzo. “Buon Dio, parla!” gridò Davies. Barcollò all’indietro e sollevò una mano. “Chi sei?” “Capisco a stento quello che dite, Professor Davies” disse l’automa, “dalle vibrazioni rilevate coi miei sensori di cristallo deduco che avete costruito un discreto facsimile del padiglione auricolare umano, ma nulla dell’orecchio medio e interno, ho ragione?” Davies si inumidì le labbra e sussurrò: “Tu sai chi sono”. “Credo che abbiate appena parlato, Professore, ma dovrete aumentare il volume e pronunciare in modo chiaro. Il cristallo inciso non può fare più di tanto con le parti meccaniche preinstallate”. “Tu sai chi sono!” urlò Davies. “Molto meglio” disse l’automa, “ma non c’è bisogno di urlare. Il suono arriva distorto nel canale dell’orecchio esterno. Sarà sufficiente che parliate oltre il volume normale finché non avremo risolto il problema degli occhi e delle orecchie. Gli altri sensi potrebbero essere troppo complessi per la tecnologia disponibile nel 1870”. “Chi sei tu?” “Ancora non avete indovinato?” rispose l’automa in un tono metallico ascendente. “Beh, Pleiadium, ovviamente”. Davies arrancò verso l’armadietto dei liquori e borbottò alle sue spalle. “No, no, no. Non può essere”. Si versò mezzo bicchiere di whisky e fissò l’automa che non si muoveva. Trangugiò una boccata, si schiarì la gola e strillò: “dicevo, ‘non può essere’!” “Lo so che state lottando per conciliare l’essere che avete visto in carne con quello rinchiuso nel metallo, ma ben presto vi spiegherò la fisica” disse Pleiadium, “devo prima capire i miei attuali limiti e stabilire quali miglioramenti si possano fare. Per come stanno le cose, il cristallo con cui sto canalizzando fa fatica a capire il mondo in cui mi trovo”. “Pure io!” “A tempo debito, Professore” disse Pleiadium. Alzò un braccio e lo abbassò. Fece un passo in avanti e il paranco si tese bloccandolo. “I miei movimenti sembrano impediti”. “Toglierò la catena” urlò Davies. Fece qualche passo incerto e si fermò quando gli caddero gli occhi sul soriano sopra al banco da lavoro, con la zampa che picchiettava delicatamente sul braccio di Pleiadium. “Sembra che al gatto piacciate”. “C’è un gatto? Che genere di gatto?” “Un soriano arancione che ho riportato indietro da Londra nel 2050” disse Davies, sbloccando il paranco. “Aldebaran!” esclamò la voce distorta di Pleiadium. Aveva modulato la voce su approssimative fusa metalliche e il soriano rispondeva miagolando. “Aldebaran, furfante! Che gioia rivederti. E’ affascinante che tu abbia trovato la strada per venire dal Professore”. “Questo gatto è vostro?” “Per quanto un gatto possa appartenere a qualunque altra entità” rispose Pleiadium, “sono creature straordinariamente indipendenti e capaci di sottile telepatia. Quando decidono loro di comunicare, il che è frustrantemente raro”. “Non ci posso credere” disse Davies, “riuscite a parlare alla mente del gatto?” “Non si usano parole nel senso convenzionale” disse Pleiadium, “e al momento, nessuna comunicazione del genere è possibile. Credo che abbiate applicato un pigmento di carbonato di piombo alla struttura che contiene il cristallo. Con la schermatura attuale ogni forma di telepatia verrà bloccata”. “Sì, ho usato vernice al piombo all’interno del rivestimento perché resista all’umidità” disse Davies con gli occhi sul gatto, “Aldebaran, la stella arancione. Un nome azzeccato”. “Un nome che ho utilizzato a beneficio degli umani” disse Pleiadium, “era poco più che un gattino nel 2040, perciò adesso deve avere undici anni. Sta bene?" “Quando l’ho trovato, a giugno del 2050, era in uno stato piuttosto disastroso” disse Davies, “adesso è un esemplare alquanto corpulento. Gli ho dato troppi avanzi grassi dalla tavola”. “L’indulgenza è tipica della vostra specie” disse Pleiadium. Sollevò e abbassò entrambe le braccia, “vorrei fare qualche passo per capire i limiti dell’automa. La zona è libera per farmi camminare?” “Potete fare approssimativamente dieci passi in linea retta” disse Davies. Guardò le due poltrone gemelle e il tavolino da fumo, “anche se dovrebbero bastarvi otto passi per capire i limiti meccanici”. “D’accordo” disse Pleiadium. Sollevò la gamba sinistra dell’automa e prima di tirare da parte la gamba destra fece un goffo passo metallico. Fece altri sette passi, alternando gamba destra e sinistra prima di fermarsi a un passo dal tavolino da fumo. “Anche se non posso avere le sensazioni dei mammiferi, la contropressione sull’impianto idraulico è sufficiente a capire il movimento elasticizzato dei passi e a controllare l’andatura”. Si girò in modo goffo, facendo piccoli passi rumorosi in circolo. “Ma sugli ingranaggi e sulle leve c’è ancora da lavorare”. “Mi scuso per la mancanza” disse Davies facendo una smorfia. “Non c’è bisogno di scusarsi” rispose Peiadium, “finora il vostro lavoro è stato eccellente”. Piegò le mani. “Le quattro dita lavorano insieme opposte al pollice come se fossero morsetti. Io stesso non sarei capace di apportare alcun miglioramento, Professor Davies. Vi chiederò una mano per costruirmi gli occhi di cristallo e l’orecchio medio”. “Sarebbe un onore” disse Davies, “e vi prego, chiamatemi Allister”. “Allora Allister” disse Pleiadium. Il gatto miagolò rumorosamente “con questi ricevitori acustici non riesco a cogliere le sfumature dei richiami di Aldebaran. Che sta facendo il furfante?” “E’ ai vostri piedi a sfregarsi contro le vostre caviglie”. “Vuol essere coccolato, ciò che al momento non sono in grado di fare” disse Pleiadium, “Dio mio, quanto mi è mancato il suo lasciarmi topi morti alla porta”. Davies si chinò, tirò su Aldebaran e lo tenne su all’altezza dell’orecchio di Pleiadium. “Se non potete comunicare col gatto telepaticamente, lui come fa a sapere chi siete?” “Gran bella domanda, Allister” disse Pleiadium “suppongo che sia capace di oltrepassare la vernice al piombo, oppure che riesca a captare i miei pensieri in arrivo”. “Pensieri in arrivo” mormorò Davies. “Prego?” “Dicevo, ‘pensieri in arrivo’” gridò Davies, trasalendo, “non ho la più pallida idea di come possiate comunicare attraverso un cristallo, figuriamoci capire come fa il gatto a sapere chi siete”. “Abbiamo molto di cui parlare, ma per il momento occupiamoci di faccende tecniche” disse Pleiadium, “prima di tutto devo recuperare qualche sorta di vista. Conducetemi al vostro scrittoio in modo che possa dettarvi i materiali che mi servono”. “Sul tavolino da fumo ho un quaderno”. “Molto bene, dunque. Prendete nota, per favore”. Davies scarabocchiò fino a sentirsi cadere il braccio. La lista di materiali, appunti e schizzi che aveva fatto sotto gli occhi ciechi di Pleiadium era sconcertante. Certi materiali non li aveva neanche mai sentiti e non era sicuro di trovarli. Gli schizzi che aveva fatto dell’orecchio interno sembravano un groviglio di calamari. Pleiadium dava istruzioni così complicate come se si trattasse di qualcosa che aveva già costruito migliaia di volte, però era soltanto la prima volta che si trovava nel laboratorio. Oppure no? FINE
Storie di Steampunk – Allister Davies n. 6: Cristallo inciso
14 Marzo 2026
*** La serie inizia con "Allister Davies n.1: Londra in Fiamme" *** Nelle sue mani nodose gli attrezzi erano come steli e chicchi di grano. Gli strumenti delicati che occorrevano per installare il cristallo inciso erano in netto contrasto con gli attrezzi che Allister Davies era solito usare per fare manutenzione al Pellegrino del Tempo. Per due giorni le sue mani scrocchianti impugnarono cacciaviti sottili e chiavi minuscole invece di ingombranti chiavi inglesi e grossi martelli. Anziché sollevare e strappare, passò la mattinata a girare con delicatezza teste di vite e a infilare fili di rame. L’installazione e il collegamento del cervello di cristallo inciso gli richiese una delicatezza di mani a cui non era avvezzo. A maneggiare con le dita callose fili sottili dentro dentellature minuscole gli vennero i crampi. Alla prima pagina dello schema che Pleadium aveva fornito per il cristallo inciso Davies aggrottò la fronte. ‘NON INSTALLARE’. In bella calligrafia sotto la stampa a blocchi c’erano scritte le parole: ‘a meno che tu sia Allister Davies’. Davies non aveva notato questa scritta quando aveva ricevuto gli schemi. Quello che lo sorprese di più nel leggere queste parole fu la totale improbabilità che potessero essere state scritte. Quando Pleadium gli aveva dato il cristallo inciso e gli schemi non aveva in mano una penna con la punta d’acciaio. Eppure, il fisico biondo e straordinariamente alto aveva saputo che Davies sarebbe arrivato. Incredibilmente, il giovane lo stava aspettando. Davies potè solo dedurre che si erano già incontrati e si erano messi d’accordo sull’incontro, anche se lui non ne aveva alcun ricordo. Il bollitore fischiò e Davies posò i minuscoli attrezzi. Il suo passo stanco lo condusse alla stufa a legna accanto a un piccolo banco con cassetti. Sollevò il bollitore per il manico di legno e lo posò sopra a un sottobicchiere di ceramica, silenziando lo stridio acuto che aveva disturbato il gatto. Sorrise al soriano arancione che lo aveva guardato per un attimo fugace. Il gatto chiuse gli occhi e tornò a sonnecchiare accanto alla stufa. Nel laboratorio c’era freddo e la piccola fonte di calore faceva poco per scaldare l’ambiente. Mise le mani sul bruciatore e se le strofinò lentamente. Davies versò la sua miscela preferita di Earl Grey in una vecchia tazza da tè. Stappò un quarto e aggiunse uno schizzo di latte. Portò la tazza alle labbra, esitò e la rimise giù. Allungò la mano verso lo zucchero dietro al soriano e si servì un cucchiaio abbondante. Mescolò lentamente, con gli occhi sul gatto. Non gli aveva ancora dato un nome e si chiedeva se avesse importanza. Il gatto andava e veniva a suo piacimento, evidentemente a suo agio nel laboratorio. Si era mosso appena nonostante il fischio stridente del bollitore. Sonnecchiava accanto alla stufa a legna senza una preoccupazione al mondo. Davies non riusciva a immaginare cosa pensasse, ma più tempo passava col gatto che veniva dal futuro, più sentiva che erano in sintonia. Davies soffiò sul tè e ne prese un sorso, trasalendo per essersi scottato la lingua. Si appoggiò al bancone grezzo e guardò l’automa con il cervello di cristallo inciso proveniente dal futuro. Il cablaggio era quasi finito. C’era stato sopra due giorni circa, controllando attentamente per due volte ogni minuscola connessione. Non aveva idea di come potesse eventualmente funzionare. Prima di installare il cristallo nella scatola cranica, Davies lo aveva ispezionato al microscopio. Oltre al centinaio di rientranze concave, non aveva visto nient’altro che il cristallo più liscio. Nonostante Pleadium lo avesse paragonato al cevello umano, il cristallo inciso non somigliava a niente del genere. Era un ovale grande come il suo pugno con un’area appiattita alla base. Se non glielo avesse dato l’alto fisico, avrebbe immaginato che fosse qualche trucco da salotto di un cartomante. La tazza vuota gli tremò nella mano. Davies la posò delicatamente accanto al soriano che dormiva. Tornò lentamente indietro verso l’automa e raccolse gli strumenti sottili. Salì sulla piccola piattaforma e guardò di sottecchi il cristallo inciso dentro la scatola cranica. Per un attimo dette un’occhiata agli schemi e iniziò a collegare gli ultimi fili con movimenti delicati. Come potessero reggersi ai punti di bloccaggio concavi senza viti era un altro mistero. Quando il terminale del filo veniva messo esattamente al posto giusto con un angolo specifico reggeva da solo. Scoprì che per rimuoverlo ci voleva più di un semplice strattone. Sembrava che i fili fossero tenuti aggrappati da qualche strana carica magnetica; qualcosa che con un cristallo sarebbe stato impossibile. Posizionato l’ultimo filo, Davies ruotò le spalle all’inidetro e sospirò. Scese dalla piattaforma sospesa e posò gli attrezzi sul banco da lavoro. Per un attimo guardò l’automa con le palpebre di latta chiuse. Scosse la testa e allungò la mano verso gli attrezzi sottili. Li raccolse dentro la sua borsa di pelle scamosciata e li mise in una scatola di legno accanto al banco da lavoro. Prese la scatola cranica per la sommità e la inserì saldamente. Le sue semplici chiavi inglesi strinsero i bulloni al rivestimento di stoppa in modo che non potesse passarci un filo di luce. Sugli schemi, un insieme di note era stato cerchiato in rosso; ‘qualsiasi luce interferirà col cristallo inciso’. Altro mistero. La porta della cavità toracica dell’automa si aprì con un cigolio. Il serbatoio dell’acqua del compatto motore a vapore era secco come un osso. Davies lo riempì fino al massimo livello, regolò la valvola di sicurezza e mise una mano sul raccordo di regolazione del vapore. Lo scollegò dall’albero a camme e corrugò la fronte. L’albero a camme era progettato per movimenti pre-programmati, ma per la prima volta avrebbe usato il settaggio automatico. Ruotò la manopola di regolazione del vapore su ‘automatico’ e la bloccò in posizione. Aprì la valvola idraulica e l’acqua riempì i tubi in rame che andavano al sistema di distribuzione. L’acqua pressurizzata avrebbe azionato gli ingranaggi a cascata che alimentavano gli arti e la testa. Negli esperimenti precedenti l’automa era stato in grado di camminare, afferrare goffamente oggetti e una volta aveva sollevato dal pavimento un albero di trasmissione di duecento libbre. A ogni modo, prima di posarlo sul bancone l’aveva fatto cadere. I movimenti delicati erano sempre stati impossibili. Davies accese la fiamma pilota del serbatoio di gas sotto la piccola caldaia. Aprì lentamente la valvola del serbatoio del gas fino a che la camera di combustione ruggì. Con la mano ruotò la valvola a serpentina che andava alla caldaia e ci posò l’orecchio sopra fino a che gorgogliò. Collegò il generatore rotante alla caldaia. Non era possibile sapere quanta eletricità ci volesse, perciò regolò il rotore in modo che girasse a millecinquecento giri al minuto. Poteva giusto sperare che procurasse la scintilla necessaria per il cristallo inciso senza provocare danni. Con la mano chiuse sbattendo la porta della cavità toracica dell’automa. Serrò i tre chiavistelli. Il soriano arancione saltò sopra al banco da lavoro. Il gatto aveva placidamente dormito fino al momento in cui il torace dell’automa iniziò a canticchiare. Ma quello che per le sue orecchie mezze sorde era un quieto mormorio, per il gatto poteva essere stato un ruggito. Il gatto non porgeva la testa per le coccole, anzi i suoi occhi verdi erano fissi sull’automa. La cavità toracica risuonava con una vibrazione ritmica e dalla valvola di sfogo sul retro delle sue spalle fischiava il vapore. La macchina umanoide rimase completamente immobile, proprio come il gatto che la guardava. Davies sperava di veder muovere braccia o gambe, ma era perfettamente ferma. Se l’albero a camme pre-programmato fosse stato a posto, ormai l’automa avrebbe mosso la testa. Guardò il suo orologio da taschino e corrugò la fronte. Attese altri cinque minuti buoni e si accigliò ancora di più. Appena Davies allungò una mano verso la sua creatura di metallo, il gatto miagolò e gli occhi dell’automa si aprirono. FINE
Storie di Steampunk – Allister Davies n. 5: Echi
14 Febbraio 2026
*** La serie inizia con "Allister Davies n.1: Londra in Fiamme" *** Ogni tic dell’orologio a pendolo gli penetrava più a fondo nella mente. Il Professore Allister Davies aveva problemi di udito, eppure il rumore ritmico, metallico, dal lato lontano del laboratorio in qualche modo riusciva a invadergli le orecchie. Il ticchettio era stato rilassante durante la manutenzione del Pellegrino del Tempo con il matematico Edgar Payne, ma ora era un tormento. Forse non era il ticchettio che lo infastidiva ma il ricordo della scatola che stava sul tavolo accanto all’orologio alto otto piedi. Dentro alla scatola c’era il cervello di cristallo inciso che gli aveva dato Pleiadium. E accanto a quella, appeso a un paranco, c’era l’automa con una scatola cranica vuota. Davies versò del whisky unico malto in due bicchieri. Rimise a posto la bottiglia sullo scaffale e andò da Payne che languiva su una delle due poltrone. “Qualsiasi decisione io prenda è piena di pericoli” disse Davies porgendo il bicchiere a Payne, “è come se lo scorrere del tempo mi avesse riempito la testa. Le granaglie fresano le mie deduzioni fin quando non rimane altro che polvere. Coi pensieri frammentati non realizzo nulla. Nessuna delle mie azioni apporta un cambiamento. Talvolta mi chiedo se la guerra ci sarà qualunque cosa io faccia”. Payne si sfregò il viso con una mano. “Vecchio mio, almeno hai dormito la notte scorsa?” “Non mi stai ascoltando, Payne” disse Davies. “Al contrario, ti ascolto con molta attenzione” disse Payne con un tono più acuto, “cosa vuoi dire con ‘la guerra ci sarà qualunque cosa io faccia’? Cosa stavi combinando?” Davies voltò le schiena a Payne. Gli occhi gli caddero sul Pellegrino del Tempo, silenzioso e stoico dentro la sua gabbia di Faraday. Tornò a guardare il matematico. “Sperimentavo”. Payne balzò in piedi, facendo versare il whisky. “Non dirmi che hai provato a cambiare il corso della storia! Non ho stimato le probabilità di disastro se tu intervenissi! Non ho alcuna intenzione di passare le notti a calcolare quale dei tuoi folli tentativi abbia meno probabilità di distruggerci!” “Londra verrà distrutta”. “Non lo sai!” “Ho fatto molti viaggi, solo per vedere il medesimo risultato” disse Davies, “il tuo Teorema dell’Increspatura è sbagliato”. “Non è sbagliato!” gridò Payne. “Non ti puoi aspettare che un teorema ti dia una rispota definitiva su un caso di viaggio nel tempo. Potresti aver viaggiato infinite volte senza nemmeno saperlo, rimandando gli eventi e rimettendoli in direzione! L’Allister Davies che ci sarà fra un minuto può non essere l’Allister Davies che sta proprio di fronte a me”. Payne portò alle labbra il calice vuoto e fece una smorfia. Si avviò a grandi passi verso l’armadietto dei liquori e si versò una dose generosa. “Tutto questo mi fa venire il mal di testa. Se continuiamo a viaggiare nel tempo usciremo di senno”. Tornò indietro e si fermò a distanza di un piede da Davies. “Dal canto mio, non rimetterò piede sul Pellegrino del Tempo”. “Lo so bene”. “Allora dovresti saperne abbastanza da riconoscere che ho ragione io” scattò Payne. Tirò un sospiro e mise una mano sul braccio di Davies, “è l’ora di lasciar perdere. Non sappiamo cosa succederà nel 2050 e sfrecciare attraverso il tempo non ti darà la risposta”. “Allora lo ammetti che il tuo Teorema dell’Increspatura non è valido” disse Davies, “tu sai che se oggi getto un sasso nello stagno, nessuna ondulazione cambierà domani”. “Non ammetto niente del genere” disse Payne fra i denti, “io dico che non possiamo sapere quali altri eventi accadranno per riportare apparentemente il Tempo al suo corso originale, che fa vedere Londra in fiamme ogni volta che la visiti. Un evento potrebbe aver mandato il disastro fuori direzione e un altro evento potrebbe averlo ripristinato. Niente di diverso da una burrasca sul mare”. “Stavo cercando di capire cosa è accaduto” disse Davies. Si buttò pesantemente a sedere in poltrona, “la futura distruzione di Londra non può essere una questione di tecnologia avanzata. Fin da prima dell’epoca dell’Impero romano intere città di pietra sono state rase al suolo con poco più che pece bollente e arieti di sfondamento. Qui c’è qualcos’altro all’opera. Qualcosa di diabolico”. Payne si sedette di fronte a Davies. “Un bel po’ di cannoni sarebbero più che sufficienti a distruggere qualsiasi città. Non occorre cercare una causa soprannaturale”. Davies scosse la testa. “Non voglio dire questo. Durante i miei viaggi mi sono imbattuto in un altro terribile evento nel 1941. L’Inghilterra farà guerra ai Tedeschi, se riesci a crederci”. Payne trasalì e quasi rovesciò il whisky per la seconda volta. “Noi entreremo in guerra coi Tedeschi? Quale degli Stati prussiani?” “Tutti. Nel 1941 saranno uniti”. “Così il vecchio Bismark e l’Imperatore William ce l’hanno fatta, eh?” disse Payne, “immagino questo significhi che la Confederazione germanica ha sconfitto il Secondo Impero francese. Cos’è successo? O succederà – dannazione, è disorientante parlare del futuro quando lo hai già visto. Nel ‘900 Bismark ha continuato a espandersi e ha deciso di conquistarci?” “I Tedeschi entreranno in guerra con gran parte dell’Europa in due occasioni” disse Davies agitando la mano, “ma questo non è l’argomento della nostra discussione. Nel 1941 Londra è già stata bombardata dall’alto da molti mesi e, benché gravemente danneggiata, non è stata rasa al suolo”. Payne aggrottò la fronte. “Dall’alto? Intendi dirigibili che sganciano bombe incendiarie? O qualche tipo di nuova tecnologia aerostatica?” “No, con velivoli ad ala fissa molto più veloci di quelli che possiamo mandare in aria noi” disse Davies, “nel futuro avranno motori alimentati a petrolio con propulsori montati sul muso o sulle ali”. Payne sussultò. “Amico, parlamene! Quanto sono grossi? Quanto è grande l’equipaggio che li comanda?” “Non è questo l’argomento della nostra discussione” brontolò Davies, “ho viaggiato in altre epoche per cercare la causa del malanno che distruggerà la nostra amata Londra”. “Ti sei assunto troppi rischi e andrai fuori di testa con questi viaggi” disse Payne. Borbottò, “e il 1941 è troppo vicino ai nostri tempi. Non riesco neanche a immaginare l’Evento Eco se tu dovessi incontrare te stesso”. “Nel 1941 sarò morto da un pezzo”. “Sì, suppongo che l’Allister Davies seduto di fronte a me sarà morto” rifletté Payne con lo sguardo distante, “ma che succede se i tuoi viaggi hanno lasciato qualche genere di eco? Non ho portato a termine il calcolo di un Evento Eco. Che succede se siamo ancora là fuori?” “Payne, siamo sempre tornati”. “Sì, ma cosa succede se tu e io siamo ancora là fuori in viaggio proprio ora?" L’orologio a pendolo ticchettò sonoramente. La stanza si riempì di battiti metallici. Davies sprofondò nella sedia. Probabilmente il suo collega aveva ragione. Qualche volta Davies aveva avuto il sospetto che il viaggio nel tempo non fosse finito quando era tornato il viaggiatore. Ci sarebbero potuti essere altri innumerevoli viaggi nel futuro con loro stessi perfino mentre se ne stavano seduti uno di fronte all’altro. Viaggi avanti e indietro nel tempo con altri Allister Davies ed Edgar Payne. Aveva perfino considerato la possibilità che ci fosse un Davies ancora più giovane che viaggiava nel tempo. Lui credeva di aver costruito il Pellegrino del Tempo solo di recente, ma se non fosse stato vero? Si era svegliato spesso di notte, credendo di aver sentito qualcuno che gli bisbigliava all’orecchio. E la mattina seguente aveva la testa piena di idee sulla costruzione del Pellegrino del Tempo. Se lo era immaginato, o qualche altro Allister Davies gli aveva sussurrato i dettagli per costruire il Pellegrino del Tempo? E se fosse stato vero, chi aveva suggerito i progetti a quell’altro Allister Davies? Il gatto arancione miagolò e Davies quasi rovesciò il suo bicchiere. Il soriano gli saltò in collo e lo guardò coi suoi eterni occhi felini. Il gatto si rigirò per tre volte e gli si accucciò in grembo. Davies guardò Payne grattando il gatto paffuto dietro le orecchie. Payne sembrava angosciato. I suoi bei lineamenti erano pallidi e tirati. Per un attimo Davies volle togliersi dalla testa la distruzione di Londra e dimenticarsene. Chiuse gli occhi e si mise ad ascoltare il gatto che faceva le fusa. FINE
Storie di Steampunk – Allister Davies n. 4: Pleiadium
02 Agosto 2025
*** La serie iniza con "Allister Davies n.1: Londra in Fiamme" *** Il vapore sibilò dentro un tubo che vibrava come un cobra reale. Il Professore Allister Davies buttò giù la leva e uscì dalla gabbia di Faraday barcollando. Fulmini bluastri gli lampeggiarono attorno come banshees sghignazzanti. Avanzò con pesantezza, alla velocità che potevano portarlo le sue gambe decrepite. Girò intorno al Pellegrino del Tempo e arrivò in cima alla caldaia a vapore. Con in mano uno straccio, tirò la valvola di rilascio. Dalla sommità della canna di scarico del vapore si sprigionò una nuvola bianca che lentamente si dissolse. I fulmini blu cessarono all’improvviso, lasciando soltanto odore di ozono. Davies si inginocchiò dinanzi al tubo e aggrottò la fronte. Un dado che bloccava il tubo si era allentato. Era il momento di fare una manutenzione completa al Pellegrino del Tempo. Controlli programmati e riparazioni erano basilari per il Pellegrino del Tempo, più che per qualsiasi altra sua invenzione. Davies si maledisse per la sua negligenza. Aveva trascorso troppe giornate frivole vagando per Londra a bere nei bar. Peggio ancora, aveva iniziato a bere cognac mentre rielaborava il Teorema dell’Increspatura. Lo aveva stravolto completamente. La sua ossessione di risolvere la tragedia di Londra nel 2050 non si sarebbe placata. Era un tormento continuo. Davies non riusciva a capire come nove viaggi nel futuro gli avessero sempre mostrato la medesima catastrofe. Nemmeno un cambiamento. Era come se il disastro fosse stato profetizzato e poi scolpito nella pietra. Ma a Davies era venuta un’altra idea. Avrebbe potuto chiedere aiuto. Non a Edgar Payne, ma al fisico teorico che aveva incontrato nel 2040. Aveva fatto quel viaggio solo una volta, era accaduto prima del suo primo viaggio nel 2050. In quella Londra c’era conflitto, ma non guerra. La città era intatta sebbene il fisico gli avesse parlato di un’immensa tristezza. A Davies era sembrato tutto molto curioso. L’incontro casuale con il giovane scienziato, biondo e straordinariamente alto. La sua strana cadenza e i suoi penetranti occhi blu parevano ultraterreni. E la sua padronanza della matematica era ben oltre la capacità di comprensione di Davies. Il fatto più peculiare era che il fisico non sembrava scioccato dall’arrivo di Davies. Era come se lo stesse aspettando. Il fisico del futuro non aveva usato alcun titolo. Gli aveva dato solo un nome: Pleiadium. Benché sembrasse latino, per Davies era un nome completamente insolito. Ma le conversazioni con Pleiadium erano talmente affascinanti che Davies aveva rapidamente dimenticato la stranezza di tutto ciò. Quando Davies ha detto al fisico che si tormentava con il concetto di tempo, Pleiadium gli ha detto di immaginare l’intero universo come una gigantesca bolla. Al centro della bolla c’era Davies stesso. Ovunque guardasse, Davies doveva immaginare il futuro e il passato. Sopra, sotto, sinistra e destra. Il passato dietro di lui, il futuro davanti a lui. Era tutto accaduto, stava accadendo e sarebbe accaduto. Davies si è sentito come se avesse inalato vapori di mercurio. Davies aveva interrogato Pleiadium riguardo al paradosso dei viaggi nel tempo e si era chiesto come avesse fatto a non inciampare in uno di essi. L’alto uomo biondo ha risposto che forse Davies lo aveva già fatto ma non se ne era accorto. Quando ha insistito sulla questione con Pleiadium, il fisico ha agitato la mano davanti a un pezzo di vetro, che con stupore di Davies a un tratto è sembrato prendere vita. Il vetro mostrava una visione tridimensionale di immagini che camminavano e parlavano e sembravano vive proprio come lui. Davies poteva solo supporre che fosse una sorta di Cinetoscopio avanzato. Con una spiegazione sbalorditiva, Pleiadium ha dimostrato che altri viaggiatori del tempo potevano avere già modificato il passato, ma per qualsiasi umano sarebbe stato impossibile saperlo. La conversazione con Pleiadium era stata una scossa per la sua mente. Prima che Davies accendesse la caldaia a vapore per tornare nella Londra del 1870, Pleiadium gli aveva fatto un dono. Un cristallo inciso che era come un cervello sintetico. Aveva fornito a Davies un semplice schema per installarlo dentro l’automa. Ma aveva avvisato Davies che non avrebbe dovuto farlo vedere a nessuno. Conteneva conoscenze proibite agli umani. Ha detto che confidava nel fatto che Davies lo custodisse e un giorno lui sarebbe tornato a reclamarlo. Ancora un altro enigma. Un attrezzo fece rumore cadendo a terra e Davies si svegliò dal suo sogno a occhi aperti. Prese la chiave e strinse il dado che bloccava il tubo. Davies afferrò un tubo sporgente e si tirò su con un gemito. Era troppo vecchio per questo lavoro manuale. Avrebbe dovuto chiedere a Payne di aiutarlo con le riparazioni. L’orologio mostrò che erano quasi le dieci. Presto Payne sarebbe arrivato al laboratorio per incontrarlo. Non ci sarebbe stato il tempo di rischiare un altro viaggio, per chiedere a Pleiadium cosa si potrebbe fare per Londra. Teoricamente poteva tornare prima che Payne arrivasse, ma il pellegrino del Tempo era molto volubile con i minuti. Il soriano miagolò con disapprovazione. Davies aveva dimenticato di riempirgli di pesce la ciotola. Arrancò fino alla ghiacciaia e tolse un pezzo di prima scelta. Il gatto bianco e arancione fece le fusa in segno di approvazione. Davies guardò il suo amico peloso che masticava soddisfatto. Il mantello del gatto si era ispessito e il corpo gli si era riempito. Il soriano era decisamente più in salute. Aveva gli occhi vispi. Per fortuna la sua voglia di cacciare era meno robusta, ora che mangiava regolarmente. Davies era stufo di trovare topi decapitati alla porta. L’orologio batté le dieci. Ma Davies non pensava a Payne, stava ancora pensando a Pleiadium. La vasta conoscenza del giovane riguardo al tempo sembrava impossibile. Lui viveva a centosettanta anni nel futuro; pertanto, si poteva supporre che l’umanità avesse fatto grandi progressi nella fisica e nella matematica. Tuttavia c’era ancora qualcosa di trascendente nel suo sapere. Pleiadium era rimasto calmissimo quando il Pellegrino del Tempo si è materializzato nel suo laboratorio. In qualche maniera era stato pronto e in grado di rispondere a qualsiasi domanda. Ma il più grande mistero del loro dialogo girava intorno a una singola parola. L’utilizzo di quella parola tormentava Davies. Cosa intendeva dire il fisico quando ha affermato che il passato poteva esser già stato modificato ma gli umani non lo saprebbero? Perché il sapere del cristallo inciso era proibito agli umani? E, cosa più inquietante, perché Pleiadium parlava degli umani in terza persona, come se lui non facesse parte dell’umanità? FINE
Storie di Steampunk – Allister Davies n. 3: Riflessioni
12 luglio 2025
*** La serie iniza con "Allister Davies n.1: Londra in Fiamme" *** Le settimane successive al suo rientro dal giugno 2050 erano state lunghe e indolenti. Il Professore Allister Davies era effettivamente andato a passeggio con il matematico Edgar Payne e la sua giovane moglie Agnes ad ammirare i nuovi edifici dell’epoca vittoriana. Fecero picnic nell’Hyde Park e dettero da mangiare alle anatre. Trascorsero le serate mangiando, giocando a scacchi e bevendo fin troppo cognac. Dopo cena Agnes avrebbe incoraggiato Davies dicendogli che non era troppo vecchio per sposarsi. Lui la avrebbe ringraziata profusamente ma avrebbe rifiutato qualsiasi incontro combinato con zitelle e vedove. Poi Payne e Davies si sarebbero ritirati nello studio per discutere di teoremi e problemi matematici. Era tutto incantevole. Eppure l’inventore era inquieto. L’unico luogo in cui si sentiva veramente a suo agio era il suo atelier. Era sia un laboratorio che una fortezza a guardia del suo cervello. Quando Davies era al lavoro, la sua mente era protetta dai pensieri intrusivi. Pensieri che venivano dal 14 giugno 2050. Quei pensieri erano del futuro o del presente? Tormentava se stesso con l’enigma. Nove viaggi sempre nella stessa data e ora del futuro. Quando era arrivato nel futuro, quello era il suo presente. Non osava scivolare nella filosofia vedica quando aveva in mano gli strumenti. Lo sguardo senza vista dell’automa sembrava osservare ogni sua attività. Davies fece un respiro profondo per schiarirsi le idee. Gli strumenti sferragliarono sul bancone, l’inventore aveva gli occhi persi e i capelli ritti. Davies pensò al suo viaggio più audace. Era stato il settimo. Aveva girovagato tra le case demolite alla periferia del nucleo centrale di Londra. Persone che barcollavano con gli occhi vuoti senza far caso a lui. Era rimasto fra le macerie di un angolo di strada e aveva osservato i cittadini che rovistavano fra i detriti. Davies non capiva cosa stessero cercando. Non c’era cibo né acqua. Gli strani fucili che tiravano fuori dai rottami erano piegati e bruciati, sembravano irrecuperabili. Nel tornare al Pellegrino del Tempo incrociò lo sguardo di un giovane. Costui si fermò e fissò Davies. Il giovane lo scrutò dal cilindro agli stivaletti. Si avvicinò a Davies e commentò il suo abbigliamento stravagante. Davies si era preparato un discorso proprio per un’eventualità del genere. Disse che era un attore di teatro che sperava di portare un momento di gioia in tempi disperati. L’uomo sembrava convinto e si complimentò con lui per l’accento arcaico. Davies si affrettò ad andarsene dichiarando che lo aspettavano per le prove. Quando Davies si avvicinò al Pellegrino del Tempo, c’erano due bimbi piccoli che curiosavano. Gli chiese di fare un passo indietro. Loro domandarono a Davies se avesse del cibo in avanzo. L’inventore si sentì distrutto a rispondere che non aveva niente. Svuotò le tasche per dimostrarlo. I bambini annuiorono e lo guardarono senza collera. Davies ricordava il senso di impotenza opprimente che gli aveva travolto le viscere. Il sentimento di disperazione per la situazione. Quando Davies schiacciò le leve e impostò le manopole essi rimasero sbalorditi. Corsero via urlando, con la macchina che si avviava emettendo vapore. Davies continuava a rimproverarsi. Non avrebbe dovuto restare così a lungo né vagare così lontano. Le dita dell’automa si aprirono e si chiusero abilmente. Era una ricompensa meritata per il suo lavoro tecnico. Nell’ultimo test aveva avvitato troppo gli ingranaggi. Ora la macchina senza pensiero era capace di svolgere compiti semplici, ripetitivi. Poteva restare accanto a Davies e porgergli gli strumenti più e più volte, in cadenza perfetta. Era esattamente quello di cui Davies non aveva bisogno. Ma ciò che voleva aveva paura a metterlo in pratica. In teoria aveva soltanto bisogno di installare un cristallo inciso che avrebbe funzionato come cervello dell’automa. Gli era stato regalato da uno scienziato nel corso di un viaggio nel 2040. Non aveva ancora trovato il coraggio di provarlo. Il soriano miagolò. Davies lo guardò nei suoi occhi verdi. Aveva trovato il gatto nello stesso punto dei suoi primi tre viaggi nel 2050. Fu al terzo viaggio che Davies tirò fuori un pezzo di pesce dal fazzoletto. I due diventarono subito amici. Quando Davies si mise sul pulpito, lo spelacchiato gatto arancione e bianco ci saltò su e miagolò. Strofinò il capo sull’avambraccio di Davies. Lui avrebbe potuto spaventarlo. Invece, prelevò il gatto azionando la leva del vapore e portò indietro con sé il micio sconcertato. Non era stato del tutto onesto con il suo amico Payne. Il soriano non sarebbe mai potuto andar perso nel Caleidoscopio da Viaggio perché Davies gli aveva assicurato che non sarebbe avvenuto. Aveva afferrato il gatto e bloccato i suoi graffi e sibili mentre gli arcobaleni ondeggiavano intorno a lui. Quando il Pellegrino del Tempo si materializzò nel 1870, si chiese quale versione di se stesso continuasse a riportare il gatto dal futuro. Il gatto che veniva dal futuro ma che adesso era nel presente. Che sarebbe accaduto se Davies fosse tornato un giorno prima per cercare il gatto? Si chiese se il 13 giugno 1870 il soriano esistesse ancora. Che sarebbe successo se lo avesse trovato e portato indietro con lui? I due gatti avrebbero saputo di essere il medesimo gatto, separato soltanto da un giorno? Gli faceva male la testa. Davies si dondolò avanti e indietro sulla poltrona di pelle. Il calice era rimasto intatto sul tavolino da fumo. La pipa spenta gli languiva in bocca. Il soriano si era girato e gli faceva il pane in grembo. Londra. Per Londra non aveva alcun piano. Nelle poche discussioni con Payne, erano giunti alla conclusione che non ci fossero soluzioni da offrire ai loro discendenti. Avevano deciso che non potevano evitare gli eventi. Davies era divorato dal senso di colpa. Pensava che si fossero arresi con troppa facilità. Non poteva nascondersi dietro alla sua invenzione e sostenere di non essere altro che un semplice spettatore. Aveva visto e non poteva far finta di nulla. Aveva assistito a troppe cose. Il Pellegrino del tempo era la sua passione e la sua maledizione. FINE
Storie di Steampunk – Allister Davies n. 2: Dilemma
28 giugno 2025
*** La serie iniza con "Allister Davies n.1: Londra in Fiamme" *** L’aria lampeggiò di luce blu. Mentre un’enorme nuvola di vapore riempiva il laboratorio, si udì una risatina cacofonica. Una folata d’aria spinse le pagine scarabocchiate sulla scrivania e le mandò a fare la ruota sul pavimento. Si sentì un rumore di taglio, come se all’improvviso il suono nella stanza fosse stato reciso da forbici immaginarie. Il vapore si dissolse per svelare il Pellegrino del Tempo nel punto esatto in cui si trovava prima del viaggio. Il Professore Allister Davies spalancò la porta della gabbia di Faraday. Il gatto bianco e arancione gli saltò dalle braccia e atterrò silenziosamente. Si avvicinò alla sua ciotola d’acqua. Per niente turbato da Londra in fiamme, il soriano ne leccò a volontà. “Buon Dio, Davies” borbottò il Professore Edgar Payne. Cadde dalla pedana e finì sul pavimento in pietra. Payne aveva borbottato per tutta la loro capatina nel giugno 2050. Aveva smesso soltanto durante il viaggio di ritorno quando il Caleidoscopio da Viaggio gli aveva reso impossibile parlare. Riprese il suo doveroso borbottio. “Non può essere. Semplicemente, questo non può essere”. Davies rimbombò sulle assi di legno, giù per le scale e attraverso l’atelier fino a una teca di vetro. Spalancò lo sportello e allungò la mano verso la sua bottiglia più pregiata. Versò due generosi quantitativi di cognac nei bicchieri da brandy. Andò verso la soffice poltrona. Payne si lasciò cadere e sospirò. Davies gli mise in mano un calice. “Payne, alla nostra salute”. Payne sussultò. “Alla nostra salute? Come puoi fare un simile brindisi dopo quello che abbiamo visto?” “Perché è nostro dovere tenerci in forma” disse Davies. “Sia in mente che in spirito. Dobbiamo trovare un modo per scongiurare questa catastrofe”. “Come?” La mano di Payne tremò nel portare il bicchiere alle labbra. Deglutì e si asciugò i baffi. “Cosa possiamo fare per evitare un disastro che avverrà tra centoottant’anni?” Era la domanda sulla quale Davies aveva riflettuto per settimane e non aveva trovato risposta. Era troppo perché la sua mente lo potesse comprendere. La distruzione della sua amata Londra. Il sentimento di disperazione che gli afferrava il petto. La sua mancata conoscenza degli eventi che avrebbero potuto portare alla devastazione. Sbatté la mano sul tavolo da fumo. “Possiamo viaggiare alcuni anni prima degli eventi e scoprire cosa avvenne!” “Sei pazzo?” Payne sobbalzò sulla sedia. “Che succederebbe se apparissimo proprio in mezzo ai nostri nemici?” “Posso impostare il timer sull’orologio” disse Davies. “Posso impostarlo per ritornare pochi secondi dopo il nostro arrivo. Ce ne saremo andati prima ancora che possano agire. E’ un rischio che vale la pena correre per la nostra cara Londra." “Con una visita breve non potremmo apprendere nulla”, Payne scosse la testa. “E potremmo essere fatti a pezzi. Dio solo sa che armi avranno nel 2050. Che succede se hanno perfezionato l’automa?” riprese a guardare la strana figura metallica che stava nell’angolo come un’armatura abbandonata. “Dici che stai per dar vita al tuo. Lo potresti mandare al posto nostro”. “A quale scopo? L’automa è una macchina incapace di pensare”. Davies si portò una mano alla testa. Riusciva a sentire il cervello gonfiarsi come un pesce palla. Avrebbe dovuto pensare a fermare la distruzione di Londra ma la sua mente vagava come faceva spesso. Prima che uno scienziato e inventore, era un sognatore a occhi aperti e un pensatore. Pensava al dilemma del Tempo. Il futuro e il passato non esistevano se non potevano essere visitati. Quando un uomo entra in un altro tempo, lui è sempre nel presente. Era una discussione che aveva fatto spesso con Payne. Il suo collega matematico lo avrebbe deriso e avrebbe detto che avevano entrambi visitato il passato e il futuro molte volte. Davies insisteva che erano sempre nel presente. Il presente era infinito. Il presente era là prima e dopo che tutto accadesse. Ogni istante era sempre il presente. Gli faceva friggere il cervello. “Davies? Allister! Mio Dio, amico, siediti e bevi il tuo drink!” Payne premette le dita di Davies attorno al suo calice poco prima che gli cadesse sul pavimento. “Sei pallido come un fantasma. Insisto perché ti sieda”. Davies scosse la testa. A cosa stava pensando? Si sentì perso. Sopraffatto dalla sua incapacità di trovare una soluzione per Londra. Londra la sua casa. Il luogo dei suoi studi, discussioni e invenzioni. Permise a Payne di metterlo a sedere in poltrona. Davies tirò un sospiro profondo. “Non è niente, Edgar. Solo una momentanea perdita di coraggio”. Payne posò un pollice sotto l’occhio di Davies e tirò giù. “Dovrei chiamare il chirurgo”. “Bah!” Davies allontanò la mano di Payne, “Non avrò più niente a che fare con quel ciarlatano!” “Nel suo campo è un luminare!” Payne sbuffò e si sedette di fronte a Davies. Lui vide il suo calice vuoto e si alzò. Passi incerti lo condussero alla vetrina. Tornò alla poltrona con la bottiglia. Payne riempì entrambi i calici fino all’orlo. “Davies, mio buon uomo, fai attenzione. Tutti questi viaggi nel tempo ti manderanno il cervello in pappa. Quand’è stata l’ultima volta che hai dormito?” Il soriano saltò in grembo a Davies. Lui per un attimo non seppe cosa fare. Il gatto dal futuro che era con lui nel presente. La sua mente si stava per fondere quando il gatto bianco e arancione miagolò e strofinò la testa contro il suo palmo. Davies cominciò lentamente a grattarlo dietro gli orecchi. Forse poteva trovare un attimo di pace. “Edgar, penso di avere solo bisogno di riposare”. Payne annuì. “Sì. Al disastro mancano ancora centoottanta anni”. Bevve il suo cognac in sorsi lenti. Dette uno sguardo alla finestra sudicia. “Si sta facendo tardi. Agnes mi starà aspettando”. “Portale i miei omaggi” guardò Payne con un debole sorriso. “Passa a trovarmi domani”. “Lo farò” Payne stese la mano e Davies la strinse con forza. “Riposa, mio vecchio amico. Domani ti trascinerò al parco, se necessario”. Il leggero clic della porta echeggiò per l’enorme laboratorio. Davies si accasciò nell’imbottitura spessa e posò delicatamente il calice mezzo vuoto sul tavolo da cocktail. Conosceva i suoi limiti e non era un ubriacone. La testa gli girava già. Girava per il bere e per la preoccupazione. Temeva che avrebbe avuto incubi alimentati dal cognac. Il soriano si mosse, sbadigliò e gli si addormentò prontamente in grembo. Il gigantesco Pellegrino del Tempo sembrava che lo fissasse. Vegliando su di lui. Talvolta Davies si chiedeva se fosse cosciente. Benché avesse impostato ogni quadrante con tutta l’accuratezza possibile, era inspiegabile come il Pellegrino del tempo non fosse mai atterrato una volta su una creatura vivente. Non si era mai trovato all’interno di un edificio o sul fondo di un fiume. Chissà perché il Pellegrino del Tempo arrivava sempre a margine di un’avventura. Come se sapesse in che modo metterlo in salvo. In salvo per quanto possibile. Davies sospettava che qualcosa lo guidasse attraverso il Caleidoscopio del Tempo. Non osava dirlo a Payne o rischiava di essere internato a Bedlam. Eppure, fin dal suo primo viaggio nel tempo, era convinto che una forza superiore vegliasse su di lui. FINE
Storie di Steampunk – Allister Davies n. 1: Londra in fiamme
6 giugno 2025
Il Professore Allister Davies si tirò distrattamente il grosso papillon. Gli stivali graffiati calpestavano le tavole di legno come zoccoli di un cavallo da carrozza. Mentre aggiustava un set di ingranaggi, i gomiti della sua giacca logora sfiorarono il pulpito del macchinario. Davies infilò gli attrezzi nella borsa e chiuse la porta della gabbia. Gli crollarono le spalle. Sembrava proprio perdutamente pazzo. Nelle ultime settimane lo scienziato si sentiva come se avesse sconfitto Atlante. Perché Davies era stato testimone dell’apocalisse. Troppo spesso il suo sguardo distante era stato scambiato per superbia. I suoi colleghi lo accusavano di alterigia. Mormoravano che fosse un intollerante vaso antico più adatto a stare su una mensola che in compagnia dei suoi pari. Decenni prima, la sua fidanzata respinta sostenne che avesse il cuore vuoto. Lo accusò di essere una cantina fredda e ammuffita. La chioma lattea dava a Davies l’aspetto di un fantasma di Natale. La barba folta era una bufera di neve ammassata su un mento di pietra. Una volta un medico disse che i suoi occhi blu ghiaccio sembravano occupati a contare i neuroni. Lo definivano freddo, calcolatore e pretenzioso. Davies non faceva nulla per modificare queste opinioni. Piuttosto, si chiudeva nel suo laboratorio per giorni interi. Se solo lo avessero visto al lavoro. Nel laboratorio avrebbero visto la sua incantevole curiosità. Avrebbero sentito la sua anima da conciliatore. In piedi, di fronte al Pellegrino del Tempo, Davies si strofinò gli occhi. Era la sua più grande invenzione. Lo strumento che faceva tornare il Tempo su se stesso. Era fatto di quercia, ottone, rame, acciaio, cristalli piezoelettrici e avorio. Le manopole, le bobine e le valvole termoioniche erano posizionate con cura e collegate con filo dorato. I tubi e gli ingranaggi alla base del congegno assomigliavano al nido del Leviatano. Appoggiata sopra a una tanica d’acqua, la ciminiera a vapore era pronta a sibilare e a muggire. Lo splendido dispositivo era chiuso in una enorme gabbia di Faraday. Al centro era fissato il gigante Orologio del Tempo con le sue leve e manopole. Davies si lisciò il cappotto macchiato e logoro. Lo scienziato che avrebbe potuto allungare la mano e accarezzare la struttura del tempo assomigliava a un becchino. Si voltò verso un gentiluomo attraente rilassato su una soffice poltrona. “Payne”, disse Davis. “Tu confuti il mio testamento”. Il Professore Edgar Payne, matematico, fisico ed esperto di logica, dette un tiro alla pipa. Era l’unico vero amico e confidente di Davies. L’elegante Payne era di venticinque anni più giovane dell’inventore. Aveva capelli scuri e baffi tagliati all’ultima moda. I suoi movimenti erano misurati come i suoi pensieri. “Davies, io ho inclinazione matematica. I miei calcoli dicono che non accadrà”. “Forse nei tuoi calcoli c’è qualche variabile trascurata”, azzardò Davies. “Mi corre l’obbligo di sottolineare che l’umanità è stata in guerra dalla notte dei tempi”. “Tu fai lo scontato collegamento tra i desideri basilari dell’uomo e le conseguenze prevedibili delle sue azioni”, Payne prese il suo brandy. “Ma questo è il regno dello psicologo”. Scosse la testa. “Io ho fatto i calcoli. Nessun esercito di inarrestabili forze distruggerà la nostra Inghilterra”. Lo spelacchiato gatto bianco e arancione saltò sul pulpito del Pellegrino del Tempo. Strofinò la testa sulla mano di Davies. Il gatto proveniente dal futuro. Il gatto che ne rendeva testimonianza. Davies strinse le labbra. “Sono stato là, Payne. Ho sentito la mano ghiacciata del Mietitore afferrarmi il cuore. Ho visto le ceneri fumanti della nostra amata Londra”. “Tu hai visto una delle possibilità tra infinite possibilità”, disse Payne. “Quando sei arrivato nel futuro hai alterato la storia. L’evento non accadrà. E’ statisticamente improbabile”. Quando parlava di probabilità, Payne riusciva a essere piuttosto ostinato. “E’ stata una cosa esecrabile”, disse Davies. Accarezzò il soriano dietro gli orecchi. Il gatto fece le fusa mentre Davies sussurrò: “Ho visto l’ignobile fine dell’Inghilterra”. “Ho fatto i calcoli”, lo derise Payne. “Perfino con grandi avanzamenti militaristici la chance di un’apocalisse è vicina allo zero”. Espirò e il fumo lo avvolse. “L’umanità non è destinata a estinguersi”. Anche Davies aveva fatto i calcoli. Secondo i calcoli Payne aveva ragione. Il Teorema dell’Increspatura stabiliva che se un viaggiatore si sposta nel tempo e interagisce, l’evento non può verificarsi due volte. Ogni volta che Davies aveva viaggiato era stato una variabile vivente. Il Teorema dell’Increspatura di Payne stabiliva che una lieve alterazione del passato potrebbe cambiare il corso della storia. Ma quando Davies aveva deliberatamente dimenticato il bastone fuori della Camera dei Comuni nel 1831, l’anno successivo il risultato delle elezioni parlamentari non era cambiato. Davies si convinse che il ragionamento di Payne fosse fallace. Il Teorema dell’Increspatura poteva essere testato solo in parte dal Pellegrino del Tempo. Lo avevano usato per viaggiare dal 1870 e osservare la prima Guerra delle Due Rose. Erano stati testimoni dell’inizio della Rivoluzione Industriale. Avevano contemplato Guglielmo il Conquistatore mentre marciava su Londra. Quella visita aveva quasi ucciso Davies. Eppure nessuno di quei viaggi aveva cambiato il futuro dell’Inghilterra vittoriana. Payne sostenne che senza dubbio piccoli cambiamenti erano avvenuti. Davies non fu d’accordo. Intanto che il gatto si lisciava Davies parlò: “Payne, te lo posso dimostrare”. Payne agitò una mano. “Probabilmente lo hai sognato. Hai usato troppo spesso la macchina. Ti ha disturbato il sonno. Ti friggerà il cervello”. “Il tempo è un fenomeno ciclico”, disse Davies. Il soriano spelacchiato fece le fusa in segno di approvazione. “Tutto è accaduto e tutto accadrà”. “Ti sei riempito la testa di filosofia vedica”, disse Payne dando un colpetto alla pipa. Accavallò le gambe e sorrise. “Perché non ti unisci a me e ad Agnes in un’affascinante passeggiata per le viuzze di Londra? Ieri siamo stati giù per Pickwick Way. I pomi di ottone luccicavano e le persiane erano dipinte in una gaia tonalità di blu. Ti solleverà lo spirito”. “Ho riportato qualcosa con me”. Nel pronunciare queste parole, gli occhi di Davies si sfocarono. Erano intensi ed elettrici. Lasciò che la stupefacente rivelazione aleggiasse nell’aria. Payne strinse la pipa fino a farsi diventare la mano bianca come un osso. Si ritrasse nel morbido tessuto in pelle. Gli tremava la voce. “Quello... quello è proibito!” “Non è proprio come pensi”, mormorò Davies. “Il gatto. Mi ha seguito. Non avevo il coraggio di cacciarlo dal Pellegrino del Tempo quando si è accesa la gabbia di Faraday. La povera bestia sarebbe andata perduta nel Caleidoscopio da Viaggio”. Payne si strofinò il viso. “Hai rischiato la storia per quella dannata palla di pulci?” Quasi urlava. Payne aveva sempre mantenuto il proprio contegno. Ma adesso era furioso. “Potresti avere alterato il corso del nostro Impero!” “Edgar, mio brav’uomo, temo che nulla sia mutato”, Davies scosse la testa. Posò lentamente le mani sulle manopole del Pellegrino del Tempo. “Lascia che lo dimostri impostando l’orologio su giugno 2050”. “Allister, questa è follia”, Payne stava in piedi e indicava il soriano. “Avresti dovuto lasciarlo sparire nel Caleidoscopio da Viaggio”. Davies tirò una leva e la macchina a vapore fece uno scoppio. “Il gatto non è altro che un raggio nella Ruota del Cosmo”. Il Pellegrino del Tempo si riavviò con un gemito. Le valvole termoioniche divennero incandescenti e le lancette dell’orologio iniziarono a roteare. Archi elettrici lampeggiavano sulla gabbia di Faraday. Il vapore uscì e riempì il laboratorio come un gregge di pecore. Davies sembrava matto mentre i suoi capelli bianchi fluttuanti si drizzavano. “Lascia che ti mostri la nostra cara Londra nel 2050”. “Perché?” gridò Payne. Stava in piedi accanto alla porta della gabbia. “Ora che differenza farà? E’ cambiato tutto!” “Io dico che il futuro non è cambiato. L’umanità è sulla strada della perdizione”. Il soriano spelacchiato soffiava fra le braccia di Davies. L’inventore aprì la porta della gabbia e tutto intorno scoppiettarono fulmini. “Non possiamo alterare gli eventi imposti dalla superbia dell’uomo”. La porta della gabbia sbatté. Il vapore fuoriuscì e la stanza si annebbiò. Il fragoroso schiocco di fulmine minacciò di far crollare Zeus dal Monte Olimpo. Il boato della macchina a vapore riempì le loro orecchie. Quando furono scagliati nel Caleidoscopio da Viaggio la sfocatura prese colore. Gli arcobaleni circolari sapevano di rame e vetro. Mentre il gatto soffiava tra le braccia di Davies, intorno a loro esplose la luce. Poi silenzio. Il vapore si dissolse. All’orizzonte apparvero i resti di una grande città. “Buon Dio, Davies”, Payne si mise una mano sulla bocca. “Questa non può essere Londra. Per favore dimmi che siamo su Venere oppure su Marte!” “Siamo a Londra, giugno 2050”, Davies fu scosso da un fremito nel sentire un urlo in lontananza. I lamenti lugubri dei moribondi lo fecero rabbrividire. Accarezzando il logoro pelo del gatto, si girò verso Payne: “Che ne sarà dei nostri discendenti se non facciamo nulla con questa conoscenza? Se il Teorema dell’Increspatura è corretto, mettiamolo alla prova. Dobbiamo fermare questa follia”. Intorno a loro una terra desolata di mattone, vetro, acciaio e pietra era in combustione latente. Strani carri senza cavalli erano rovesciati e distrutti. Congegni di ferro, con enormi cannoni e catene segmentate sulle ruote, fumavano. Qualcosa di simile a un ornitottero capovolto. Il fetore di carne in decomposizione li nauseava. Il soriano miagolò. Davies mise una mano sulla spalla di Payne. Aveva già visto tutto ciò. Ma Davies aveva dimenticato di informare Payne di un dettaglio specifico. Questo non era il suo secondo viaggio a Londra, giugno 2050. Era il nono. E ogni volta Londra era in fiamme. FINE Un ringraziamento speciale a Gianluca per l’apocalittico tema contro la guerra, a Mary e a David per avermi mostrato il loro Orologio Steampunk, e ad Aria per il gatto.