Storie ispirate ai Dead Sara
Benvenuti nella mia pagina di racconti brevi ispirati alla musica dei Dead Sara. Quando scrivo questi pezzi, metto una canzone in loop e inizio a digitare sulla tastiera senza aver niente in mente. Lascio che le parole, la musica o l’atmosfera mi guidino durante la scrittura. Non interpreto ciò che hanno scritto i Dead Sara. Non vado alla ricerca di significati nascosti nelle loro canzoni. Semplicemente permetto alla loro grande musica di attraversarmi e utilizzo qualsiasi cosa mi venga trasmesso per scrivere un racconto indipendente. Che sia un verso immortalato, un martellante riff di chitarra, un colpo di tamburo o un urlo potente, scrivere utilizzando i Dead Sara produrrà qualcosa di grande.
Le mie regole di scrittura sono più rigide che mai. Una singola sessione di loop della durata di un’ora per scrivere la prima bozza, poi mi concedo altre due sessioni di loop di un’ora ciascuna per revisionare il pezzo. Tutto qui. Se funziona, lo pubblico. Se non funziona, lo cestino e ricomincio. In qualche modo, penso che andrà benissimo.
Ragazzo:
24 Ottobre 2026
Il ragazzo era in piedi in cima al muro di cemento, pugni stretti e petto che ansimava sotto la pioggia battente. Magro e malconcio, con gli occhi iniettati di sangue, era fradicio dalla testa ai piedi. Il suo corpo era freddo e febbricitante. I piedi gli dolevano. Una dozzina di volte era stato sul punto di cadere all’indietro sul terreno fangoso. Il fiume alla sua destra si riversò contro il muro di contenimento, ansioso di affogarlo, sapendo che non aveva mai imparato a nuotare. Si tolse dagli occhi l’acqua che lo accecava e guardò gli uomini di sotto, accalcati davanti al cancello nel fango denso. Stavolta non avrebbe ceduto. “Andiamo, ragazzo, non puoi stare lì tutta la notte. Basta che apri e che ci fai entrare. Non vogliamo far male a nessuno”. Era Logan che parlava. Era sempre stato Logan a parlare per gli altri uomini. Era il più grosso di loro, il più cattivo. Portava un impermeabile color verde militare e stivali grigi di gomma coperti dal fango. Uno dei suoi uomini gli teneva un grosso ombrello nero sopra la testa, l’altro aveva un fucile al fianco. “Che ne dici? Apri il cancello ed entriamo soltanto io e Haider. Nash con il suo fucile non entra, d’accordo? Diamo un’occhiata per assicurarci che sia tutto al suo posto. Ci prendiamo quello che è nostro e poi ce ne andiamo. Nessuno si farà male. Affare fatto?” Quando veniva a bussare Logan, tutti si facevano male. Che bussasse alla tua porta o sul tuo cranio c’era sempre qualcuno che si faceva male. Prendeva cose che non erano sue. Dovevi dargli ciò che voleva o avrebbe preso perfino le cose che non voleva. L’anno prima aveva rubato la scatola dei ricordi del ragazzo con le foto dei suoi familiari defunti. Una perdita così grande che il ragazzo non pensava di sopravvivere. Aveva pianto davanti a Logan. Logan gli aveva detto di comportarsi da uomo. Successivamente Logan si era scusato per le sue parole, ma le scuse di Logan erano inflazionate. Il ragazzo non ebbe mai indietro la sua scatola dei ricordi. “Senti ragazzo, mi sto stufando di stare sotto la pioggia. Potremmo tirarti giù dal muro con un colpo, se volessimo. Questo lo sai, vero? Non vogliamo far male a nessuno, ma in un modo o nell’altro entreremo, perciò apri quel dannato cancello”. Queste erano le regole che aveva stabilito Logan. Diceva a tutti cosa dovevano fare e come dovevano vivere. Il ragazzo sapeva che poteva essere colpito a morte in qualsiasi momento, ma il suo cadavere non avrebbe aperto il cancello. Logan era meschino, Logan era grosso, ma aveva la meglio soltanto perché la gente aveva ceduto. Ogni volta che Logan era venuto a bussare, il ragazzo aveva ceduto. Era stato un disastro totale. Si sentiva in imbarazzo e si vergognava di non aver fatto niente fino ad allora, ma poteva iniziare. Stavolta non avrebbe ceduto. “L’ultima possibilità, ragazzo. O apri il cancello o Nash ti tirerà giù dal muro”. La pioggia sferzava il terreno fangoso più forte che mai. Il fiume ruggiva così sonoramente da coprire il rumore della pioggia. Si ingrossò e balzò in alto fin sopra alla paratoia chiusa. Avida e spietata, l’acqua si riversò oltre la sommità. Logan e i suoi uomini si trovavano proprio sulla traiettoria del deflusso. Il ragazzo teneva la mano sulla leva della paratia. Si chinò sopra l’enorme leva e usò tutto il suo peso per spalancarla. Stavolta il ragazzo non avrebbe ceduto. *** Scritto con ‘We Are What You Say’ dei Dead Sara in sottofondo che girava in loop.
Qui:
26 Settembre 2026
Le prese la mano, si spostò in avanti sulla panchina e balzò in piedi. La mano gli scivolò, e le afferrò la punta delle dita. Gliele tirò con delicatezza ma lei non si mosse. Le accennò un sorriso, ma lei tenne la testa bassa, gli occhi fissi sul prato secco. Si accovacciò, facendo scivolare la mano avanti per tenere stretta la sua. Chinò la testa fin sotto la sua folta chioma e accennò il suo sorriso più buffo. Lei voltò la testa dalla sua parte, ma nei suoi occhi lui colse il sorriso triste. Balzò in piedi di nuovo e le tirò la mano finché non si alzò, le scarpe di ginnastica le slittarono sul terreno. Lei teneva gli occhi fissi nel petto di lui e sospirava. Lo guardò e le si schiarirono gi occhi. Lui le tirò la mano e camminarono nel parco, passando sotto gli olmi, facendo scappare gli scoiattoli e disturbando i piccioni. Le strinse la mano e la guidò verso sinistra. “Dove stiamo andando?” chiese lei. “Dove andiamo sempre” disse lui. Lei si ritrasse con uno strappo della mano. “No. Non ci voglio andare. E so anche che proprio adesso tu devi essere altrove. Lasciami in pace e basta”. “Non essere sciocca, voglio solo stare con te”. “Non sono sciocca, sono soltanto sbronza”. “Non mi importa che tu sia sbronza o sobria. Voglio solo stare con te”. Spalancò il cancello arruggginito. Il cigolio gli ricordò gli strilli di lei quando erano giovani. Andava su tutte le furie quando lui le prendeva i giocattoli. “Stai ridendo di me?” scattò lei, corrucciata. “No, stavo solo pensando a una cosa”. Lei aggrottò la fronte e incrociò le braccia strette al petto. “Non ci voglio andare. Lasciami in pace e basta”. “Riesco a leggerti nel pensiero e ti stai sbagliando. Non hai buttato la tua vita, sai”. “Sta’ zitto. Non sai che vuol dire odiare se stessi”. Lui si accasciò sul cancello arrugginito che cigolava. “Sono qui”. “Non voglio che tu stia qui. Non mi puoi salvare, lo sai”. “Lo so, ma posso stare qui. Starò qui per sempre”. *** Scritto con ‘Radio One Two’ dei Dead Sara che girava in loop in sottofondo.
Macerie:
12 Settembre 2026
Il fumo saliva in soffocanti colonne che ostruivano completamente il cielo, al punto che il sole voltava le spalle alla terra. Relitti di acciaio che bruciavano a fuoco lento intasavano la strada, unica fonte di calore che scioglieva il ghiaccio nel paesaggio gelato e fuligginoso. Fiocchi di neve sporca scendevano leggeri dal cielo come falene sfinite. Alberi da carbone si spaccavano e si piegavano uno sull’altro come una staccionata marcia. Radici dissotterrate si allungavano verso l’alto come mani artigliate di dannati che tornavano a vivere. Ma non c’era nessuna vita da vedere. “Fa quasi buio. Non abbiamo trovato niente da mangiare e fra un po’ è buio”. “Mamma, misura le parole. Non c’è motivo di preoccuparsi. Siamo al sicuro dalle macerie. E’ ciò che mi hai sempre detto”. La madre guardò la figlia, sulle labbra aveva un sorriso stanco. “Grazie di avermelo ricordato, tesoro mio. E’ solo che non voglio che tu patisca la fame”. “Sto bene. Abbiamo mangiato ieri. Non ho bisogno di mangiare oggi”. La madre abbracciò la figlia, assaporando la pulsante spirale di vita che serpeggiava attraverso la bimba. Infilò la mano nella tasca del cappotto e ne tirò fuori un elastico logoro. Tirò delicatamente i capelli biondo cenere della figlia, sporchi e aggrovigliati, e li legò in una coda disordinata. Strinse una ciocca dei propri capelli castani sfibrati e singhiozzò. Le sue unghie spezzate spuntavano furtive fra le doppie punte sporche delle sue chiome, un tempo splendide. Si asciugò una lacrima e sorrise alla figlia. “Sono sicura che domani troveremo qualcosa da mangiare. Riesci a camminare un altro po’, in modo da trovare un posto per dormire al caldo?” “Sì, posso camminare ancora. I piedi oggi non mi fanno troppo male”. Madre e figlia girovagarono fra le macerie, fermandosi brevemente a scaldarsi le mani su un’automobile che bruciava. Le auto bruciavano, bruciavano e bruciavano ancora. Le terre erano bruciate per mesi finché di ciò che era stato non restava altro che sussurri e ceneri. Quando il fuoco scese dal cielo bruciò gran parte del mondo. Poi il fuoco cessò di cadere per qualche tempo. Poi scese ancora in minuscole goccioline, che bruciarono le automobili, gli edifici e gli alberi rimanenti e ogni altra cosa rimasta. Poi cadde la neve e questa non si era fermata. La madre portò via la figlia dalla strada ghiacciata e la condusse nella neve alta fino alla vita. Arrancarono, sollevando gli stivali al di sopra dei cumuli, incespicando, slittando e ansimando. Raggiunsero una struttura fatiscente che era più cenere che cemento. Sopra la fuliggine e i residui si ergeva orgogliosamente un piccolo angolo di edificio. La madre si chinò passando sotto a un tondino di ferro arrugginito e camminò facendo scricchiolare la neve nera. La figlia allungò la mano verso di lei e con un salto varcò l’esile soglia. “Cosa ne pensi?” chiese la madre. “In quel punto non c’è neve e parte del tetto copre ancora il pavimento. Ci sono perfino delle scatole che non si sono incendiate. Le possiamo schiacciare e dormirci sopra”. “Sì, mi piace. Dormiamo qui. Ci possiamo riposare per tutto domani?" “Certo, anche domani possiamo riposarci”. La madre aprì un grosso scatolone ondulato mezzo rotto e lo stese sul cemento gelido. Schiacciò col pugno altre due piccole scatole, una di esse scricchiolò mentre la colpiva. Aprì la scatola e trovò i resti di qualcosa che un tempo era fatto di vetro colorato. Cosa aveva distrutto? Un oggetto ricordo di qualcuno? Forse dentro la scatola era stato nascosto il promemoria di qualcuno del vecchio mondo e lei lo aveva ridotto in macerie. Rabbrividì e si chiese quando era stata l’ultima volta che si era sentita al sicuro. Si domandò se valesse la pena di lottare per la vita. “A volte mi chiedo perché siamo ancora vive”. “Non lo so, mamma, ma è proprio come mi hai sempre detto: ‘Non preoccuparti, tesoro mio, andrà tutto bene’.” La figlia prese per mano la madre, sdraiandosi sul cartone macchiato di muffa. Le si rannicchiò al petto e chiuse gli occhi. La madre le accarezzò i capelli gridando silenziosamente le sue dolci bugie. Sarebbero state proprio bene. *** Scritto con ‘Whispers and Ashes’ dei Dead Sara che girava in loop in sottofondo.